La "golden age" saluta con la tripletta: anche Melo e Coach K ai piedi di Durant

KD mostruoso contro la Serbia così come nella finale di Londra, e per il Team USA arriva il terzo oro consecutivo ai Giochi. Si riparte da lui e da Popovich in panchina.

La "golden age" saluta con la tripletta: anche Melo e Coach K ai piedi di Durant
La "golden age" saluta con la tripletta: anche Melo e Coach K ai piedi di Durant

In attesa di capire quale sarà il suo impatto con i Golden State Warriors, e quale sarà quello dei Golden State Warriors con la sua magnificenza cestistica e con il suo stile sicuramente poco propenso al dialogo con i compagni, Kevin Durant vince quasi da solo la medaglia d'oro a Rio de Janeiro, bissando quella conquistata quattro anni fa in quel di Londra. Il fuoriclasse ha trascinato ancora una volta Team USA alla vittoria nella finalissima contro la Serbia, e almeno per un paio di settimane si è messo alle spalle tutte le chiacchiere, le polemiche e le battute ricche di sarcasmo sul suo trasferimento sulla Baia, dimostrando ancora una volta di essere uno dei pochi uomini che, nell'ambito degli sport di squadra, è capace di vincere una partita, o addirittura un'intera competizione quasi da solo.

Certo, parlare solo di Durant è decisamente riduttivo nei confronti degli altri componenti del Team USA, anzi è quasi offensivo nei confronti di chi ha dato ancora una volta alla luce un gruppo capace di mettere alle spalle protagonismi e mal di pancia. Mike Krzyzewski ha voluto dare l'addio alla Nazionale in grande stile. Lui che ha dovuto fronteggiare tutta una serie di forfait, in primis quelli di LeBron James e Stephen Curry decisamente sfibrati dopo il bis delle Finals NBA, e si è ritrovato a costruire l'ennesimo roster, all'apparenza composto più da figurine e da prime donne che da gente pronta a dare il sangue e l'anima pur di raggiungere l'oro. E invece, ancora una volta, l'uomo nato a Chicago ha dimostrato che si può comporre un gruppo compatto, umile e vincente anche quando ci sono tante stelle da assemblare ed alternare. E nel decennale della sua firma come head coach a stelle e strisce, Coach K ha portato a casa il terzo oro consecutivo dopo i trionfi di Pechino e di Londra prima di lasciare la mano ad un altro santone del gioco, Gregg Popovich.

Con Krzyzewski se ne va anche Carmelo Anthony. L'uomo dei record, se consideriamo che è diventato proprio a Rio de Janeiro il primatista di Team USA per presenze in competizioni ufficiali nonchè miglior realizzatore nella storia. Quarta Olimpiade e quarto podio per il ragazzo di Brooklyn, bravissimo a passare sopra alla cocente delusione maturata ad Atene, quando appena ventenne e membro di una formazione potenzialmente illegale tornò a casa solo col bronzo. Un'esperienza che lo ha portato a crescere e a maturare, nella propria franchigia (prima Denver e poi New York) e soprattutto in Nazionale, di cui è diventato capitano e leader carismatico prima ancora che sul piano realizzativo. Il terzo oro consecutivo lo consacra nella storia del basket e dello sport a 360 gradi, e chissà che la forte ventata di aria nuova che si è abbattuta sui suoi Knicks non lo renda finalmente possessore di un anello, il più ambito da chi ogni mattina allaccia le scarpette e prende in mano una palla a spicchi.

Quanto alla Serbia, la formazione di coach Djordjevic ha probabilmente raggiunto il massimo obiettivo possibile alla vigilia dei Giochi. L'ex giocatore dell'Olimpia Milano ha passato in maniera definitiva l'esame da head coach, prendendo un gruppo di giocatori e facendoli diventare soprattutto uomini. Lo si è visto nella splendida semifinale contro la Croazia, in cui i suoi hanno pensato più a giocare e a mettersi in testa l'obiettivo della finale prima ancora che alla storica rivalita tra le due nazioni. Lo si è visto anche nel percorso fatto in questi mesi, con il torneo preolimpico stravinto a Belgrado dopo la cocente delusione degli Europei dello scorso anno. E lo si è visto nell'atteggiamento di alcuni giocatori, divenuti finalmente dei veri leader in Nazionale dopo aver dato spettacolo con i propri club. Milos Teodosic è stato probabilmente il miglior playmaker - nella corretta accezione del termine - della competizione, un Raduljica non può non far sognare i tifosi meneghini, mentre Bogdanovic ha decisamente le mani più calde di una stufa quando serve. E se consideriamo quanto di buono c'è alle spalle di questo celestiale terzetto, non possiamo non dire "attenzione alla Serbia" per le competizioni future.

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