Vecchia ossessione

L'Italia di Blengini si spegne sul più bello, irretita dalla compattezza a muro ed in ricezione del Brasile, oltre che dai nostri fantasmi nell'armadio. La sconfitta in finale non macchia, però, un torneo splendido giocato da Zaytsev e compagni, arrivati ad un passo dal sogno olimpico.

Vecchia ossessione
Vecchia ossessione (fanculo, fanculo, fanculo, fanculo!)

Testa bassa, sguardi spenti. L'ultima cartolina dell'Italia del Volley che lascia Rio de Janeiro tra le lacrime e la delusione è a dir poco ingannevole. Troppa l'amarezza. Infinite sono le recriminazioni che, una volta accertata la sconfitta sul muro di Felipe che stampa Zaytsev, attanagliano la mente - già di per sè offuscata degli azzurri da inizio gara - dello zar e dei suoi compagni. Animo, ragazzi. Un argento Olimpico è pur sempre traguardo splendido, per il quale Blengini e soci, prima del torneo, avrebbero apposto la propria firma in calce. Non basta però, soprattutto dopo quanto si è visto al Maracanazinho nell'arco di queste due infinite settimane tinte d'azzurro. 

L'Italia s'è desta, ben oltre il metallo sbiadito messoci al collo. Una Nazionale capace, come poche, di unire ed appassionare, piacere ai fedeli seguaci da casa per spirito di sacrificio ed abnegazione, paradossalmente mancati soltanto nell'atto conclusivo al cospetto dei verdeoro. E' piaciuta tantissimo l'Italia di Blengini, al quale va eretto un monumento per aver creduto in determinati elementi, esperti o giovani alle prime armi che siano, al quale va riconosciuto il merito di averci creduto e di aver creato e forgiato a sua immagine e somiglianza un gruppo, solido, scioltosi soltanto davanti ad un sogno ed alla solita ossessione. Si, quell'ossessione che ha da sempre sedotto gli azzurri davanti al passo finale da compiere davanti ai cinque cerchi olimpici, prima di ingannarci costantemente. 

L'Italia intera si è stretta attorno alle bordate di Ivan Zaytsev e di Osmany Juantorena, al talento smisurato di Simone Giannelli, che fisiologicamente ha pagato in finale lo scotto della pressione e del noviziato, della matricola al primo anno. Alle spalle del terzetto di fenomeni, emblemi tecnici e popolari di questa squadra, nessuno va dimenticato: da Lanza a Colaci, da Birarelli a Buti, da Antonov a Rossini, Piano, Sottile e Vettori. Una squadra con la S maiuscola che ha fatto emozionare ed ha sognato in grande, dopo aver dominato in lungo ed in largo il torneo, paga soltanto fisicamente e mentalmente di uno sforzo immane profuso nella storica semifinale contro gli statunitensi. 

L'ossessione continua, con la consapevolezza dell'essere e di ripartire da una base solidissima, fatta di spirito e di qualità tecniche sopraffine. I fantasmi sono ancora presenti nel nostro armadio, pronti però ad essere scacciati alla prima occasione possibile. 


Share on Facebook