NBA preview, ep. 24: i Chicago Bulls

I nuovi Bulls di coach Thibodeau sembrano essere costruiti nella maniera giusta: un ottimo reparto lunghi, con l'innesto di Gasol al posto di Boozer, e l'arrivo sul perimetro di Doug McDermott a puntellare il reparto esterni. Ma come sta Derrick Rose? Riusciranno i Bulls a tornare ai vertici nella Eastern Conference?

NBA preview, ep. 24: i Chicago Bulls
NBA preview, ep. 24: i Chicago Bulls

I Chicago Bulls sono e saranno sempre ricordati come la squadra e la franchigia di Michael Jeffrey Jordan, colui che ha rivoluzionato e rilanciato la pallacanestro prima in America e poi in tutto il Mondo: MJ ha portato 6 titoli alla “Windy City” ma, dopo i spettacolari e vittoriosi anni '90, il vento è cambiato ed i Bulls non sono più stati capaci di tornare a vincere; al contrario, per più anni di fila non sono riusciti nemmeno a centrare la qualificazione ai playoff. Ebbene, forse è arrivato il momento di tornare ad essere una delle grandi favorite, ed anche se non ci sono più Jordan, Pippen e Rodman, ci sono Rose, al ritorno dall’infortunio e voglioso di riscatto, ed altri due grandi giocatori: probabilmente la migliore ala forte del recente mondiale, Pau Gasol, e il miglior difensore della passata stagione, Joakim Noah. I tre formeranno un nucleo che fa ben sperare i tifosi. Chicago ha di nuovo i suoi “big three”.

SEMPLICEMENTE, IL MIGLIOR GIOCATORE DI SEMPRE – La storia dei Chicago Bulls nasce nel 1966 quando vengono fondati prendendo il posto dei Chicago Zephyrs prima (gli attuali Wizards) e dei Chicago Stags poi. Nei primi anni di vita riescono a raggiungere anche discreti risultati, ma non andranno mai oltre un titolo di division e qualche apparizione sporadica ai playoff. Nel quindicennio che va dai primi anni ’70 a metà della decade successiva, la società tocca il fondo, non riuscendo quasi mai a formare una squadra competitiva e di livello. La svolta nel draft del 1984, uno dei più famosi di sempre. I Portland Trail Blazers, squadra del destino per quei Bulls, decidono a sorpresa (ma non più di tanto considerando che in squadra c’era Clyde Drexler) di non prendere Michael Jordan con la numero due assoluta preferendogli Sam Bowie (ricordiamo per dovere di cronaca che la uno andò a Houston che prese Hakeem Olajuwon, idolo di casa) lasciando Jordan ai Bulls. Jerry Krause, general manager di quei Bulls, decide di creare la squadra attorno a Michael, ma i primi anni sono un flop. Oltre ai risultati personali Jordan non riesce a trascinare la squadra come vorrebbe, nonostante alcune gare clamorose. Gli anni novanta segnano l’era d’oro dei Chicago Bulls, quella che un po’ tutti conoscono: 6 titoli Nba, due three-peat (91-92-93 e 95-96-97) e una squadra da leggenda con Pippen, Rodman e coach Phil Jackson. Il mito di Jordan e dei suoi momenti memorabili entra di prepotenza nella storia della pallacanestro: the shrug (dopo le sei triple ai Blazers), la sfida ai Lakers di Magic, ai Sonics di Payton e Kemp. Poi il primo ritiro, e il ritorno col numero 45. Qualcosa non va, non vince; rimette la casacca col 23, e parte l'assalto al secondo three-peat. La stagione 95-96 con il record da 72-10 immortala quella che è da tutti considerata una squadra irripetibile. In finale NBA i Suns di Barkley cadono sotto i colpi di un Jordan inarrestabile. Per finire, sono i Jazz di Stockton e Malone a diventare gli eterni secondi, sconfitti nel '97 e nel '98, entrambe le volte dopo due gare sei memorabili. In particolare l'ultimo, dove Jordan si carica la squadra sulle spalle, e con uno dei finali più incredibili della storia vince praticamente da solo gara sei a Salt Lake City, stampando in faccia al povero Russell la posa del trionfo. È l'ultimo acuto di una generazione irripetibile per la franchigia dell'Illinois. Il declino dei Bulls da allora in poi è drammatico: Krause smantella la squadra che, dopo il secondo ritiro di Jordan, non aveva più senso. Pippen, secondo violino ed anche più, cerca fortuna altrove, ma le sue precarie condizioni fisiche non glielo permettono. Dopo alcuni anni difficili, i Bulls si rialzano a metà del nuovo millennio, quando pescano Ben Gordon e Luol Deng al draft del 2005. Si torna ai playoff, ma alla squadra sembra mancare qualcosa, un uomo cardine, simbolo. L’occasione si presenta nel 2008, quando al draft, come prima scelta assoluta viene scelto Derrick Rose. La crescita è graduale e raggiuge l’apice nella stagione 2010-2011 quando, grazie anche all’apporto di giocatori come Deng e Boozer, i Bulls tornano a vincere la Eastern Conference, ma perdono la finale di Conference contro gli Heat di Wade e James. Gli infortuni di Rose hanno caratterizzato le ultime due stagioni, ma i Bulls sono pronti voltare pagina.

LA STARInevitabilmente l’idolo di casa era, è e resterà, Derrick Rose. Nonostante le ultime turbolenti stagioni, allo United Center non aspettano altro che rivedere il Rose che trascinò i Bulls alla vittoria della Eastern Conference nel 2011. Nelle classiche interviste di rito di pre-stagione, il play di Chicago ha sempre dato rassicurazioni sul suo stato fisico, anche se le prestazioni al Mondiale non hanno dato tutte le risposte che i tifosi si aspettavano. Nonostante ciò Thibodeau, che l’ha fortemente voluto in Spagna, si è detto soddisfatto del suo recupero. Inevitabilmente le fortune della stagione dei Bulls passano dal suo recupero. Tornare ai livelli del Rose pre infortunio forse è chidere troppo, ma già averlo in ottime condizioni per tutta la durata della stagione e della postseason significherà molto per la squadra. Derrick vuole tornare, ed è pronto a lasciarsi tutto alle spalle.  

I NUOVI BULLS – Quintetto base: Derrick Rose, Jimmy Butler, Mike Dunleavy, Pau Gasol, Joakim Noah.

I Chicago Bulls sono una delle squadre che ha cambiato di più durante l’estate e, visto come aveva chiuso la scorsa stagione con una brutta sconfitta contro i Wizards, c’è da dire che se ne sentiva il bisogno. Rispetto alla scorsa stagione, sono ben sette i giocatori che hanno cambiato canotta: Boozer, Amundson, Brewer, James, Augustin, Smith e Fredette. La necessità di un profondo rinnovamento era la base di partenza ed il grande sogno della costless agency era Carmelo Anthony. Serviva come l'aria un giocatore in grado di segnare molto e di inventare canestri anche fuori dall'ordinario ma, data l’impossibilità di arrivare a Melo, i Bulls hanno preferito virare verso una squadra più equilibrata, riuscendo a mettere insieme una squadra di livello assoluto. A coach Thibodeau sono stati affidati tutti giocatori di “sistema”, sia offensivo che difensivo. Ed è proprio in quest’ottica che bisogna valutare positivamente gli arrivi di Pau Gasol, giocatore regale nelle letture in entrambe le metà campo, Nicola Mirotic dal Real Madrid, abituato a giocare in sistemi offensivi e difensivi abbastanza rigidi come quelli del coach di Chicago, Aaron Brooks, che può essere un buon cambio per Rose e soprattutto, Doug McDermott, talento cristallino che nella scorsa stagione ha dimostrato di essere un tiratore stratosferico se messo nelle giuste condizioni. A completare il roster ci sono i confermati Derrick Rose (15.9 ppg, 3.2 rpg, 4.3 apg), Jimmy Butler (13.1 ppg, 4.9 rpg, 2.6 apg), Mike Dunleavy (11.3 ppg, 4.2 rpg, 2.3 apg),  Joakim Noah (12.6 ppg, 11.3 rpg, 5.4 apg), Taj Gibson e Kirk Hinrich. Qualora l’idolo di casa dovesse confermare i progressi fatti vedere in estate con Team Usa ed in questo scorcio di preseason, potremmo anche parlare di una squadra candidata alla vetta della Eastern Conference. La dirigenza della franchigia dell'Illinois è riuscita a mettere a disposizione di coach T una squadra molto ben assortita, dove l’equilibro sia offensivo che difensivo dovrebbe essere garantito. I nuovi Bulls dovranno sperare, oltre al recupero di Rose, che il Pau Gasol visto ai Mondiali sia lo stesso anche durante la stagione Nba. L’impatto che l’ex Lakers avrà nel ruolo che fu di Carlos Boozer fino alla passata stagione sarà di fondamentale importanza e, sebbene l’età non giochi dalla sua, il catalano sembra essere l’uomo giusto in un sistema di gioco che sembra costruito appositamente per lui. Resterà da valutare l’affiatamento in campo di una squadra quasi del tutto nuova (anche se 4/5 dei partenti sono gli stessi della scorsa stagione) e se lo spogliatoio riuscirà a restare unito e coeso verso l’obiettivo finale. 

L'ALLENATORE - Riconosciuto come uno dei migliori allenatori della fase difensiva nella lega, coach Thibodeau arriva ai Bulls dopo una lunga trafila come vice allenatore in ben sette squadre Nba (Minnesota, Spurs, Philadelphia, New York, Houston, Washington, Boston). La carriera di allenatore di Thibodeau cominciò nel 1981 come assistente allenatore al Salem State College. Nel 1984, divenne head coach della squadra dopo tre anni da assistente e, solo una stagione dopo, ritornò al ruolo di assistente allenatore alla Harvard University, dove trascorse le successive quattro stagioni. La popolarità di coach T come uno dei maestri difensivi della Lega gli è dovuta soprattutto alla difesa che permise ai suoi Boston Celtics di imbavagliare Kobe Bryant nella serie delle Finali Playoff del 2008. Quel titolo l’ha consacrato agli occhi del Mondo, non solo come braccio destro di Doc Rivers, ma come uno degli allenatori più preparati della Lega intera. Per questo, dopo altri due anni alle spalle di Doc ai Celtics, arriva la chiamata di Chicago. I risultati, nell’arco di questi quattro anni non sono mancati: quattro partecipazioni di fila ai playoff e, nonostante rimanga vivo qualche rimorso per qualche infortunio di troppo e qualche cocente sconfitta, il bilancio resta più che positivo. La prerogativa principale di coach T è sicuramente la difesa, ma l’organizzazione del gioco in attacco non è affatto da meno: letture e spaziature sono fondamentali, come lo studio tattico degli avversari, delle soluzioni da scegliere e del ritmo da imporre alla gara. Tutte prerogative che, nel corso degli anni, hanno caratterizzato il suo gioco.

LA SORPRESA La crescita esponenziale tecnica, tattica e anche realizzativa di Jimmy Butler (13.1 ppg, 4.9 rpg, 2.6 apg) potrebbe essere la piacevole sorpresa per i nuovi Bulls. Il tutto unito alla sue grandissime doti di difensore sulla palla. La guardia di Houston, oltre ad essere un eccellente difensore, sta migliorando tanto anche nella metà campo offensiva. I Bulls necessitano, in caso di assenza di Rose o per accompagnare quest'ultimo, di un realizzatore da 20 punti a partita anche esternamente. La fiducia e l’estensione contrattuale firmata durante l’estate potrebbero far sì che l’esplosione del ragazzo classe ’89 uscito da Marquette sia definitiva, regalando a coach Thibodeau la point guard che tanto cercava. Magari 20 punti a sera sono un po’ troppi, ma già migliorare le statistiche personali della scorsa stagione di 3-4 punti, compatibilmente con le necessità della squadra ritagliandosi il giusto spazio nella metà campo offensiva, potrebbe permettere ai Bulls un salto di qualità e di risultati non indifferente.

EFFETTO GIOVANI – Quale apporto potranno dare McDermott e Mirotic alle rotazioni dei Bulls? La preseason sta confermando le loro ottime qualità, ma la vera risposta i due giocatori dovranno darla durante la stagione quando si farà sul serio. I due dovrebbero andare a completare il reparto delle ali, assieme ai titolari Dunleavy e Gasol e a Taj Gibson. Mirotic, 208 centimetri, classe 1991, ha arricchito la sua esperienza a Madrid, dove ha vinto negli ultimi anni un’ Eurolega e una Liga; ma come tutti i giocatori europei avrà bisogno di tempo per adattarsi al mondo NBA. McDermott, uscito da Creighton, ala tiratrice pura di 203 centimetri, è stato quasi leggendario durante i suoi trascorsi in NCAA, dove ha mantenuto nell’ arco della scorsa stagione medie realizzative impressionanti. Motivo per il quale, considerando che il titolare nello spot di ala piccola dovrebbe essere Mike Dunleavy, i Bulls hanno strappato Doug McDermott a Denver, sperando che possa patire il meno possibile l’impatto con la Nba e diventare, fin da subito, un punto fermo della squadra di coach T. Non è escluso infatti che il rookie potrebbe prendere il posto nello spot di ala piccola nel quintetto titolare, ma dovrà dare garanzie anche nella metà campo difensiva. Le aspettative sul giocatore uscito da Creighton sono tante, ma c’è da scommettere che con le spaziature e le letture giuste nel sistema offensivo di Thibodeau, il processo di inserimento di “Doug McBuckets” nel Mondo Nba potrebbe essere più precoce del previsto.  

LA FINALE NEL MIRINO – E’ sempre difficile stabilire un obiettivo stagionale quando hai a che fare con i Bulls, ma soprattutto con Derrick Rose. I dubbi e i continui guai fisici della star della squadra hanno compromesso i risultati in questi anni. Nonostante l’assenza di Rose, da quando c’è Tom Thibodeau alla guida la presenza alla postseason è praticamente certa. Il primo obiettivo stagionale deve categoricamente essere migliorare il record dello scorso anno: 48-34 e quarto posto ad est. Nelle quattro apparizioni alla postseason da quando il coach siede sulla panchina dell'Illinois, i risultati sono stati spesso positivi, fatta eccezione soltanto per la brutta eliminazione della scorsa stagione contro i Washington Wizards. Considerando l’ossatura della squadra, anche in questa stagione arrivare tra le prime quattro ad est non dovrebbe essere un problema. I Cavaliers di James sembrano essere di un altro livello, ma i Bulls sono sicuramente in seconda fila assieme a squadre come Atlanta e Washington. Una volta arrivati alla postseason l’obiettivo minimo deve essere quello di superare il primo turno. Ma da una squadra come questi Bulls è lecito aspettarsi ben altro. Se tutto dovesse andare per il verso giusto, con i nuovi che si inseriscono perfettamente in squadra e, non meno importante, le condizioni fisiche di Rose dovessero essere quelle del 2011, Chicago potrebbe tornare quasi sicuramente in finale di Conference.