Warriors e Cavs, due mondi agli antipodi

Viaggio all'interno delle strategie dei due staff tecnici dopo gara-1. Kerr non raddoppia James, spesso isolato in post-basso. Blatt pretende un'esecuzione offensiva perfetta per avere equilibrio nella transizione difensiva. L'impatto opposto delle panchine e l'importanza di avere in Curry un micidiale closer.

Warriors e Cavs, due mondi agli antipodi
Warriors e Cavs, due mondi agli antipodi

Gara-1 di finale è già agli archivi. Superata dagli eventi, come quello relativo all'infortunio di Kyrie Irving che, causa frattura della rotula del ginocchio sinistro, salterà il resto della serie avviandosi verso un lungo percorso di recupero, valutato in quattro mesi di astensione dall'attività agonistica. Eppure il primo atto della serie, che ha preso la direzione dei padroni di casa di Golden State, ha mostrato vari elementi di estremo interesse, dal punto di vista tecnico-tattico, e dettato alcune linee di tendenza che caratterizzeranno il resto delle Finals.

In sede di presentazione della sfida, in molti, tra analisti e tifosi, si sono soffermati sul duello tra l'mvp della regular season, Stephen Curry, e LeBron James, leader incontrastato dei Cavs. Altri hanno sottolineato il differente stile di gioco delle due squadre, sintetizzando il confronto nello schema ball movement - isolation game. Ma, come spesso capita in una serie di finale, il primo round ha offerto anche indicazioni diverse, per certi versi imprevedibili.

L'approccio alla gara. Il primo quarto è stato molto difficile per i padroni di casa, mai a proprio agio offensivamente ed esposti in difesa alle buone esecuzioni degli avversari. La settimana di riposo, che ha preceduto l'avvicinamento alle Finals, ha probabilmente influenzato gli inesperti Warriors, esordienti assoluti a questo livello. Ma la "ruggine" - o "rust" in inglese - è stato solo uno dei fattori che hanno concorso a mettere in difficoltà gli uomini di Steve Kerr. La difesa di Cleveland ha impedito a Curry e compagni di arrivare al ferro con facilità e un'applicazione difensiva feroce dei Cavs ha fatto sì che il movimento di uomini e palla dei californiani fosse molto rallentato rispetto alle abitudini ormai consolidate. Mozgov e Tristan Thompson hanno dominato a rimbalzo, ridicolizzando Bogut e Green, generando tanti, troppi secondi tiri per James e Irving. L'attacco dei Cavs ha inizialmente eseguito alla perfezione il piano partita: un giusto mix di isolamenti per James e pick and roll tra numeri 1 e 3 ha consentito anche a Irving di entrare subito in partita dal punto di vista realizzativo. Molto interessante al riguardo la dichiarazione di David Blatt resa ai microfoni di Espn al termine del quarto: "Un buon attacco genera una buona difesa, prendere buoni tiri ci consente di essere sempre bilanciati e a sviluppare bene la nostra transizione difensiva".

Le panchine e l'effetto Iguodala. Nel primo parziale i Warriors si sono trovati ad inseguire anche con uno scarto in doppia cifra, in parte ricucito grazie all'energia della second unit, con Livingston, Ezeli, Barbosa impegnati ad accendere il pubblico della Oracle Arena con giocate di pura intensità. Così, nel secondo quarto Golden State ha finalmente trovato il suo ritmo, con il solito movimento di palla vorticoso e un paio di triple di Curry per pareggiare prima e allungare poi. La panchina dei Cavs non ha invece prodotto praticamente nulla. Escluse tre triple di Jr Smith, di cui una sulla sirena dell'intervallo lungo, il contributo in termini di punti della second unit è stato pari a zero. Esitante Dellavedova, non pervenuto Jones, discontinuo Smith. Blatt ha dovuto concedere più minuti del dovuto ai suoi titolari, ritrovandosi poi in debito di ossigeno negli ultimi minuti del quarto quarto e nell'overtime. Per i Warriors l'X- Factor della gara non è stato l'atteso Draymond Green, bensì il più esperto Andre Iguodala, che ha limitato James nelle situazioni di single coverage e ha contribuito in attacco con un paio di schiacciate e una tripla dall'angolo destro del campo, forzando anche una palla persa del Prescelto nel finale.

Il piano difensivo di Kerr. Steve Kerr, uomo di basket duttile come pochi altri, ha deciso di non raddoppiare LeBron in post-basso, con tutto ciò che ne è derivato, 44 punti per LBJ e una marea di isolamenti anche dal gomito. Pur di non vedere messi in ritmo i tiratori scelti di Cleveland, Smith e Shumpert su tutti, Kerr è sembrato accettare di buon grado i 40 e passa punti di James, sulle cui piste ha mandato a rotazione Barnes, Iguodala e Green. Dal canto suo Blatt ha cercato con una certa frequenza il pick and roll tra Irving e LeBron, con il chiaro intento di portare Klay Thompson in marcatura sul Prescelto, sfidando gli avversari ad attuare ancora una volta quel cambio sistematico che aveva avuto successo contro Houston. In definitiva il piano di Kerr ha generato gli esiti voluti, anche se negli ultimi minuti, probabilmente per stanchezza, James ha sbagliato dei tiri che aveva messo con continuità per tutta la sera. Difficile pensare a un cambio di strategia in tal senso, anche se l'assenza di Irving ridurrà le opzioni offensive a disposizione dei Cavs, limitandole ancora una volta a James.

Curry e i clutch shots. Proprio LBJ, riferendosi ai tiri degli ultimi minuti di gara e, in particolare, a quello sulla sirena dei regolamentari, ha affermato che alla fine "it's all about making shots", è solo una questione di palloni che entrano ed escono. Stephen Curry, perfettamente a suo agio nella veste di closer, ha segnato due canestri micidiali nei momenti decisivi del quarto quarto, salvo poi farsi stoppare, per eccesso di sufficienza, da Kyrie Irving nell'ultimo possesso offensivo. La capacità di mettere punti a referto negi momenti topici della gara è uno dei segreti di Golden State, che non a caso ha perso sul parquet di casa solo tre gare in tutta la stagione, di cui una nei playoff con i Memphis Grizzlies, la squadra che finora ha messo più in difficoltà i Warriors.

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