NBA, la calma è la virtù dei Warriors: Rockets ancora al tappeto

Curry e compagni bissano il successo delle scorse Finals di Conference giocando il proprio basket e sfruttano il nervosismo di Houston ancora scottata dalla recente sconfitta. Harden sbaglia molto, Steph no: i californiani viaggiano a 'punteggio pieno', i texani sono ancora a secco.

NBA, la calma è la virtù dei Warriors: Rockets ancora al tappeto
Houston Rockets
92 112
Golden State Warriors

Anno nuovo, vita, abitudini e risultati sempre vecchi. 

Emozioni e tensioni ancora vive a Houston, Texas, dove le scorie della scorsa finale di Conference che ha visto meritatamente trionfare Stephen Curry ed i suoi Golden State Warriors sono ancora tutt'oggi presenti al Toyota Center, dove per la seconda gara della nuova stagione i Campioni NBA si presentano al cospetto di Harden e compagni per una sorta di rivincita. Più che riscatto, però, è stata l'ennesima prova di forza della squadra di Steve Kerr (sostituito per l'occasione dal buon Luke Walton, vecchia conoscenza dei tifosi dei Lakers): una ri-sconfitta a tutti gli effetti, che ha certificato (qualora se ne sentisse il bisogno) la superiorità degli uomini di San Francisco. 

Il basket che giocano i Warriors, di intensità difensiva, di cambi sistematici e di ritmo e transizione offensiva è oramai un meccanismo più che ben oleato, che per i Rockets, così come per le altre 28 franchigie che si trovano davanti Golden State, risulta ancora ad oggi un rebus di difficilissima soluzione. Ne scaturisce un match che per emozioni ed intensità ha poco a che vedere con una seconda partita stagionale, ma che è chiaramente figlia delle voglie di rivalsa e di conferme della serie delle Finals di Conference. 

In quintetto per gli ospiti c'è Ezeli al posto dell'infortunato Bogut. Il solito poker d'assi formato da Curry e Thompson in cabina di regia e guardia e da Barnes e Green nei due spot di 'ali', completano lo starting five. McHale ritrova Howard dopo la squalifica per una gara, e lo piazza al centro dell'area con Jones ed Ariza alle sue spalle. Lawson ed Harden sono i 'piccoli' per i padroni di casa. 

Primo quarto che è frutto dell'agonismo messo in campo dalle due squadre, che si affrontano a viso aperto pensando maggiormente ad offendere piuttosto che a difendere. Steph riprende dove aveva lasciato nella opening night, piazzando due triple di seguito per il 9-8 ospite. Lawson risponde con sette punti, mentre Harden si mette al lavoro più tardi rispetto al solito. Il Barba sembra calmo e sornione, ma in realtà il suo animo ribolle per la questione MVP non andata affatto giù. Harrell conferma le buone indicazioni dell'esordio e piazza nove punti di seguito dal suo ingresso in campo, ma prima Steph, poi Iguodala ed Harrison Barnes riportano avanti alla prima sirena i Warriors (30-29). Il secondo quarto è quello che scava il solco tra le due squadre: Iguodala e Speights lavorano ai fianchi i Rockets, che si incaponiscono in attacco nel cercare soluzioni individuali. Harden abusa del tiro da tre (sarà 1/10 a fine gara), mentre il ritorno di Thompson e Curry dalla parte opposta coincide con la fuga dei Warriors: dopo la schiacciata di Capela del -3 è 13-0 Golden State, chiuso da una tripla, l'unica a referto, di James Harden. La stella di Houston può solo cucire lo strappo marginalmente, che all'intervallo lungo è di ben 13 lunghezze. 

Nella ripresa Houston prova in tutti i modi a tornare in partita, ma Thompson prima (cinque di fila) e Curry dopo con due floater di seguito, respingono tutte le iniziative dei texani che non riusciranno quasi mai a tornare sotto la doppia cifra di svantaggio. Harden fa -8 dalla lunetta, ma il parziale che chiude di fatto il match arriva nei 2 minuti finali del terzo periodo: Green in fade away, Ezeli con la schiacciata e Barbosa con la tripla mettono il punto esclamativo alla gara (81-65). La furia dei Golden State Warriors non si arresta e Walton non risparmia i suoi attori protagonisti: Speights ne mette otto di seguito, Steph chiude con il lay-up che sancisce il massimo vantaggio sul +25 e la fine delle ostilità. Gli ultimi cinque minuti servono soltanto per sciogliere i muscoli di chi ha osservato dalla panchina nei precedenti 40 giri di orologio lo show e l'affermazione dei Campioni NBA. 

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