NBA, Jerry West e Kobe Bryant: due modi di essere un Laker

Nella serata dell'Oracle Arena, Kobe Bryant ha ricevuto l'omaggio di Jerry West, colui che per primo ne intuì il talento portandolo a L.A. Vent'anni dopo, gli alfieri di due epoche dei gialloviola si sono ritrovati nuovamente vicini. Con orgoglio e con quel pizzico d'invidia che alberga sempre nel cuore dei campioni.

NBA, Jerry West e Kobe Bryant: due modi di essere un Laker
NBA, Jerry West e Kobe Bryant: due modi di essere un Laker

"Vent'anni fa ho avuto l'opportunità di conoscere un ragazzo di 17 anni che aveva il sogno di diventare uno dei più grandi giocatori NBA di sempre. Io ho visto qualcosa di speciale in te ma non aveva a che fare con le enormi doti a solin 17 anni. C'erano un desiderio di competere ed eccellere misto a determinazione. I Lakers avevano ragione. Io ho visto un giocatore di basket che non è secondo a nessuno. E' una notte triste ma molto speciale per onorare qualcuno che non ha solo guadagnato il rispetto dei fan dei Lakers, ma bensì di tutti in tutte le arene NBA".

Jerry West non è un uomo banale. Non lo è mai stato e mai lo sarà, Dirlo per quanto ciò che è stato in campo è facile. Meno per tutto ciò che ha fatto fuori. E, paradossalmente, i suoi più grandi successi sono riconducibili proprio ad alcune intuizioni da executive. La più importante delle quali ha segnato la storia dei suoi Los Angeles Lakers ben più di quanto abbia potuto fare lui da giocatore a causa di Bill Russell e dei Boston Celtics.

Lungi da noi risvegliare antichi incubi nella lucida mente di 'Mr. Clutch', ma è sembrato evidente che nelle parole rivolte a Kobe Bryant, titolare dell'ennesimo omaggio di lusso in questa sua lunga passerella finale, albergasse una moltitudine di sentimenti e sensazioni. Da un lato il legittimo orgoglio di aver visto prima degli altri nel figlio di 'JellyBean' il sacro fuoco che muove i grandissimi di questo sport; dall'altro la latente invidia nel vedere che, con il tempo, la sua creatura riusciva a diventare ciò che lui non è mai stato: un vincente, uno che ha visto il conforto dei trofei come riconoscimento al proprio ineguagliabile talento. 

Perché, in fondo, se è vero che mezzo secolo di storia angelena in gialloviola ha avuto come trait d'union la classe, la voglia di vincere, l'arroganza tipica dei più forti di due tra i giocatori più irripetibili di sempre, è altrettanto vero che ci sono 4 anelli di differenza a favore dell'allievo. Seppur con tutte le attenuanti del caso nei confronti del maestro, titolare del poco invidiabile record dell'essere stato MVP delle finali pur trovandosi dalla parte sbagliata: era il 1969, la stagione della famosa gara 7 al Forum di Inglewood, con i Celtics che vinsero le Finals nonostante la tripla doppia (42 punti, 13 rimbalzi e 12 assist!) dello stesso West.

Quella partita rappresenta, meglio di tante, la carriera della prima grande shooting guard NBA: una vita passata essendo il migliore (e sapendo di esserlo) senza mai riuscire a dimostrarlo fino in fondo. Come nel 1970 quando in finale furono i Knicks a prendersi lo scalpo dei figli prediletti di Hollywood. Nonostante una roba così:

Nove finali, otto sconfitte, una sola vittoria. Nel 1972 quando, per sua stessa ammissione, giocò una delle sue peggiori stagioni di sempre. Se per 'peggiore' si intende un'annata chiusa a 26 punti e 9.7 assist di media. Con un laconico e amarissimo commento finale: "Ho giocato in maniera terribile nelle finali, e abbiamo vinto. Per me è stato particolarmente frustrante perché stavo giocando male e la squadra ha vinto per me. Forse è così che funziona una squadra". Il più crudele dei paradossi per un uomo e un giocatore del genere: per anni si era caricato sulle spalle la squadra provando in tutti i modi a portarla al titolo; arrivandoci, invece, quando è stata la squadra a farsi carico di lui.

Un perfezionista, un ossessivo spinto dalla voglia di essere il migliore ad ogni costo. Caratteristiche che collimano perfettamente con il Bryant che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi vent'anni e che lo stesso è riuscito a incanalare in maniera vincente nella sua pallacanestro, regalando al West dirigente tutti quei titoli che erano sfuggiti al West giocatore: ben tre (2000, 2001, 2002) dei sette che l'ex numero 44 può vantare nel corso della carriera da general manager di L.A.

Ma non andate a dirlo al diretto interessato. Perché, per quanta stima e sincero affetto il buon vecchio Jerry possa sempre provare nei confroni del suo pupillo, quel pizzico di amarezza per non essere risucito ad essere come lui lo tormenterà sempre. E' nella sua natura di leader, di campione, di fenomeno assoluto che ha sempre ambito alla perfezione. Proprio come Kobe. Diversi ma uguali, due modi di essere Laker in due epoche così lontane eppure così vicine: da Jerry West a Kobe Bryan il passo è stato ben più breve di quel che si creda. Anelli o non anelli.

    

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