NBA, la crisi dei Miami Heat può essere risolta da una trade?

Sei sconfitte nelle ultime otto, infortuni che falciano il reparto guardie e la rotazione e pessime percentuali dall'arco: gli Heat si sono ritrovati in meno di un mese dal secondo al sesto posto della Eastern Conference. Per salvare la stagione e puntare ai playoff è necessario sondare il terreno delle trade?

NBA, la crisi dei Miami Heat può essere risolta da una trade?
NBA, la crisi dei Miami Heat può essere risolta da una trade?

Periodo nero in quel di Miami, fronte Heat. Nel bel mezzo della super-agguerrita Eastern Conference, le cose per l’ex-squadra di LeBron James non vanno al meglio. Prima di tutto, le due point guards principali sono ai box per infortunio: mentre Beno Udrih punta a sistemare i suoi problemi al collo entro fine mese, non si ha ancora una data di rientro per Goran Dragic, alle prese con uno stiramento al polpaccio. Nessuna data di rientro anche per due lunghi di rotazione, Josh McRoberts e Chris Andersen, entrambi alle prese con delicati recuperi da infortuni al ginocchio.

Ma la sensazione reale è che lo spogliatoio, coi senatori Chris Bosh e Dwayne Wade in testa, sia più demoralizzato e frustrato dopo ogni sconfitta. Generalmente l’umore di una squadra oltre il 50% di vittorie stagionali è ben diverso, ma dopo aver perso sei delle ultime otto (di cui quattro con distacchi in doppia cifra) il morale dei californiani sembra molto vicino a toccare il fondo. E, guardando il calendario, che presenta 14 trasferte nelle prossime 16 partite, la risalita sarà decisamente difficile. Di norma, un qualsiasi front-office si riserva un “borsino” di 20 gare per avere un’idea di che tipo di stagione dovrà affrontare la franchigia. Il presidente Pat Riley oltre un mese fa , quando i suoi Heat viaggiavano con un record di 12-8, aveva prolungato questo termine a 40 partite. Appena scavalcato il giro di boa della stagione (23-19), però, i dubbi rimangono ancora ben evidenti.

Fino a qualche tempo fa alcuni addetti -e non- ai lavori avevano addirittura ipotizzato un coinvolgimento dei californiani nella lotta al titolo di campioni di Conference, per cui da inizio stagione sono super-favoriti i Cleveland Cavaliers. Ovviamente, l’illusione era a dir poco effimera. Come a inizio dicembre, Miami rimane una delle peggiori squadre per percentuali da tre (32.9, 25° nella lega). E, in un basket che tende ad eliminare sempre più il cosiddetto “mid-range shoot”, il tiro dalla media, e in cui Golden State muove la retina con il 42.6% delle conclusioni dall’arco, queste non possono essere buone notizie. Contro Milwaukee, ad esempio, gli Heat hanno mandato a bersaglio solo 5 delle 22 triple tentate. Ma questo è solo uno dei problemi di Coach Spoelstra e co.

Con Chris Andersen, Josh McRoberts, Amar’e Stoudemire e Jarnell Stokes, Miami ha nel suo monte ingaggi 15 milioni di dollari impiegati in lunghi di potenza raramente usati nelle rotazioni. Magari, la metà di questi soldi avrebbe potuto garantire un cecchino dall’arco per aggiungere canestri pesanti all’attacco.

“Quando i tiri da tre non vanno" dice Spoelstra “devi trovare altre vie, altri schemi. E’ ovvio che se riesci a costruire un buon tiro, un tiro in visione ed in ritmo, devi prenderlo. E devi essere bravo a segnarlo. Invece noi ne sbagliamo molti, dobbiamo migliorare.”

Comunque, ora, sta proprio a Pat Riley cercare di mettere una pezza alla situazione a meno di un mese dal termine ultimo per portare a termine degli scambi. Coraggio non manca all’uomo che prima ha messo in piedi lo scambio che ha portato in canotta nero-rossa Goran Dragic, con due scelte al primo round più giocatori marginali girati a Phoenix, e poi ha firmato lo stesso Dragic con un quinquennale da 85 milioni di dollari nella scorsa free agency, nonostante i dubbi sul ritmo (velocissimo quello che ama lo sloveno, molto lento quello della sua squadra) e sulla convienza con Wade.

Come detto, Dragic e la sua prima riserva Udrih sono out già da due partite, e Miami ha incassato la bellezza di 37 punti di distacco, sommando le due sconfitte. Ma sarebbe troppo facile additare gli infortuni come causa principale della pochezza dell’attacco californiano. Tyler Johnson, per esempio, è sicuramente un giocatore di prospettiva, ma non ancora un play di livello NBA. Idem per Josh Richardson, che nonostante le grandi doti atletiche e difensive, nella metà campo in cui si guarda il canestro difficilmente regala acuti.

Nonostante per gran parte della Eastern Conference valga il detto “mal comune mezzo gaudio”, il quesito è solo uno: gli Heat si possono riprendere? La risposta, roster alla mano, è si. Dwayne Wade ha firmato un contratto annuale, Chris Bosh è nel centro di un contratto al massimo salariale, Dragic è stato caricato di responsabilità col suo quinquennale, Hassan Whiteside continua a sviluppare le sue capacità a vista d’occhio ed è in una serie aperta di quattro doppie-doppie.

“Alcuni ragazzi saranno fuori per un po’, ma il calendario va avanti. Non importa cosa succeda, dobbiamo lavorare sulla nostra tenuta mentale ora come ora. C’è bisogno delle batoste, servono, ma bisogna anche superarle e andare avanti. Dobbiamo sfruttare la frustrazione per superare i nostri limiti”. Musica e parole di mister Chris Bosh. Ma, al momento, la realtà non rispecchia affatto i progetti sulla carta.


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