La Nba e l'annoso problema dell'Hack-a-player

Le 36 volte in cui Drummond è stato mandato in lunetta dai Rockets ha riacceso il dibattito intorno alla discussa pratica dell' 'Hack-a-player'. Oltraggio al Gioco, consuetudine da eliminare o conseguenza della scarsa voglia di alcuni centri di allenarsi in questo fondamentale?

La Nba e l'annoso problema dell'Hack-a-player
La Nba e l'annoso problema dell' Hack-a-player

Stanotte si è scritta la storia. Magari non nel senso convenzionale del termine, ma sempre storia è: 13/23 dalla lunetta, record all time per numero di liberi sbagliati, record di franchigia e terzo nella lega per conclusioni dalla linea della carità (36), poco più 23 minuti in campo su 48 totali a causa di questo fastidioso dettaglio. Ma, per darvi un'idea precisa di quel che è stata la serata di Andre Drummond (a proposito: ennesima doppia doppia a quota 17 punti e 11 rimbalzi), niente è meglio del video che segue:

Alla fine i Pistons la partita l'hanno vinta ugualmente, ma è indubbio che il comportamento di McDaniels ha aggiunto un nuovo capitolo all'infinito dibattito sull'altrettanto infinita querelle dell''Hack-a-player' che ha animato l'Nba dell'ultimo decennio. Da quando, cioè, Rick Carlisle, all'epoca secondo di Larry Bird agli Indiana Pacers, fece notare al suo allenatore in capo che provare a sfruttare le debolezze ai liberi dello Shaquille O'Neal più debordante di sempre, avrebbe potuto essere una soluzione plausibile a quel cubo di Rubik che furono le Finals del 2000. Risultato? 'The Diesel' mandato in lunetta 40 volte (si, avete letto bene: QUARANTA) ed 'Hack-a-Shaq' ufficialmente sdoganato come mezzo più o meno lecito per provare a contrastare i grandi centri Nba. 

Nihil novi sub sole, comunque, dato che con Wilt Chamberlain (il recordman ogni epoca per numero di tiri liberi sbagliati: oltre 5000) lo stratagemma era lo stesso, in un fil rouge che ha unito passato, presente e futuro della lega visto che, attualmente, il primato per numero di liberi tentati in una gara appartiene sempre a un centro, Dwight Howard (versione Orlando Magic), che per ben due volte, tra il gennaio e il marzo del 2012, si presentò in lunetta per ben 39 volte contro Warriors e Lakers.

Chamberlain, O'Neal, Howard, Drummond: diversi modi di interpretazione del ruolo, uguale idiosincrasia con uno dei fondamentali principali del Gioco. Da qui il dilemma: è giusto sfruttare in questo modo delle altrui debolezze in nome della vittoria? I cinici, i cultori della vittoria ad ogni costo, vi risponderebbero alla Kevin Durant: "Invece che lamentarsi si allenassero di più a tirarli, i liberi". I puristi, invece, sarebbero per l'abolizione ad libitum di questa regola non scritta, di questa consuetudine diventata oltraggio.

La verità, come al solito, sta nel mezzo. Durant ha certamente ragione quando invita i colleghi a perfezionare la meccanica (al netto della difficoltà indubbia, per uomini di quelle dimensioni, di riuscire a tenere in mano e a indirizzare con precisione qualcosa che per loro equivale a una pallina da tennis), ma non si può più far finta di niente di fronte a scene come quelle di ieri o come questa:

Un intervento della lega, quindi, sarebbe auspicabile. Il problema è come? Una forma di tutela per chi ha basse percentuali dalla lunetta? Difficile, oltre che penalizzante per chi i liberi li sa tirare e si allena per farlo. Espulsione immediata per chi pratica l'Hack-a-player? Ci si troverebbe di fornte ad una casistica troppo ampia e di complessa interpretazione: come potrebbe stabilire, un arbitro, la proditorietà o meno di un fallo? L'ultima soluzione proposta al di là dell'tlantico sarebbe quella di lasciare alla squadra che subisce il fallo (sempre se in bonus e se si tratta di un fallo su un'azione non di tiro) la possibilità di scegliere se tirare i liberi oppure rimettere a metà campo, con il cronometro dell'azione risettato su 14 secondi. Ipotesi da approndire ma di difficile attuazione. Quanto meno nell'immediato. 

In poche righe è sintetizzato il perché, ad oggi, una via d'uscita non sia stata ancora trovata. Ammesso che ci sia. In fondo, piaccia o non piaccia, ci si trova di fronte a uno dei pochi buchi neri all'interno del regolamento Nba. Che potrebbe essere visto, volendo utilizzare una chiave di lettura più filosofica, come una trasposizione di quel fondamentale d'esistenza che è l'arte di arrangiarsi di napoletana memoria, piuttosto che in una riedizione dello scontro tra Davide e Golia: sei più grosso e più forte di me? Non mi resta altro da fare che sfruttare il tuo punto debole per provare a batterti. Che poi il sasso armato dalla fionda sia un viaggio in lunetta è semplicemnte il segno dell'evoluzione dei tempi.

p.s. E poi c'è Pop (che ha elevato l'hack-a-Shaq a vera e propria arte) che regna incontrastato su tutto e tutti:

p.s. 2 nel giorno della famosa partita di Hershie (quella dei 100 punti, per intenderci), Wilt, causa ferri conniventi e tecnica di tiro ereditata dai centri dei primi anni '50 (cioè partendo dal basso), fece registrare 28/32 ai liberi. Le conclusioni traetele voi.


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