Nba, Brad Stevens: il mago di Boston

Il coach del miracolo di Butler University si sta ripetendo, dopo i primi anni di 'studio' e progettazione, alla guida dei Boston Celtics: una delle due squadre più gloriose e vincenti della storia NBA sta rinascendo, passo dopo passo, vittoria dopo vittoria, dalle ceneri degli ultimi anni. Come? Affidandosi ad un coach giovane e senza precedenti nella Lega: un paradosso che, tuttavia, sta dando i suoi frutti, e che potrebbe portare Brad Stevens a vincere il premio di 'coach of the year'.

Nba, Brad Stevens: il mago di Boston
Brad Stevens: il mago di Boston

"La mia filosofia è semplicemente quella di svolgere il 99% del lavoro dietro le quinte ed arrivare alla gara avendola preparata nel miglior modo possibile. Questo è quello che posso fare. Voglio sempre che i miei ragazzi siano convinti di ciò che fanno. La mia calma è una conseguenza di questo lavoro". 

Parlava più o meno così, coach Brad Stevens, in un'intervista rilasciata ad un sito statunitense qualche mese fa, che provò ad analizzare a fondo il suo fare quieto, tranquillo, fin troppo rilassato. Strano, per un trentanovenne alle prime armi, soprattutto nel mondo della NBA. Nessun timore apparente, solo calma. La stessa tranquillità che, applicata al lavoro quotidiano, ha permesso al nativo di Zionsville, Indiana, di stregare l'America. La storia di coach Stevens aveva già ampiamente scioccato gli Stati Uniti ai tempi del college, quando sulla panchina della semi-sconosciuta Butler University, ottenne due clamorose finali NCAA, tra lo stupore generale (entrambe perse, per dovere di cronaca). 

Sarà un caso, certo, avranno pensato in molti, senza approfondire il discorso legato a quel 'behind the scenes' di cui parla il giovane prodigio della panchina. Vero, perché ciò che contraddistingueva, e lo fa ancora tutt'ora e probabilmente varrà anche in futuro, il lavoro di Stevens è proprio la cura dei dettagli, in maniera maniacale, degli schemi e del contorno, soprattutto in allenamento, lontano dai riflettori. Il mood con il quale Stevens appare in gara può apparire sorprendente, ma non è nient'altro che la conseguenza del suo modo di approcciare il lavoro. Anche durante i timeout mai una parola fuori dal contesto, mai un gesto di stizza, perché è tutto frutto di ciò che è stato preparato precedentemente. Schemi, letture, scelte di tiro. Tutto è clamorosamente, e forse anche spaventosamente, scientifico. 

Alla base della rinascita sportiva dei Boston Celtics, dal 2013, la scelta da parte di Danny Ainge di un coach vergine a panchine NBA: decisione che destò non poco scalpore nell'ambiente tutto, in primis in quel di Boston, da sempre abituata a professionisti esperti in grado di tenere il polso della sitauzione, successivamente in tutto il resto del paese. E se quel giovane avesse le stimmate del santone? Già, scelta a dir poco lungimirante, soprattutto nel contesto nel quale si trovavano i Celtics in quel periodo: ripartire da un allenatore giovane, ancorchè inesperto, ma che riuscisse a valorizzare con dedizione e competenza la progettualità societaria era, ed è stato confermato dai successi oggi, la scelta giusta. 

Qualche mese e, soprattutto qualche partita dopo, ritroviamo i Boston Celtics al terzo posto in classifica nella Eastern Conference, alle spalle soltanto dei Cleveland Cavaliers di LeBron e dei Toronto Raptors di Kyle Lowry. Inoltre, i Celtics sono, ad oggi, la squadra più in forma della Lega intera (9-1), assieme ai Toronto Raptors e ai soliti Golden State Warriors di Stephen Curry. Magia? Macché. I frutti della cura Stevens, iniziata nell'estate del 2013 grazie anche all'opera fantastica dal General Manager nel costruire il roster, sono quasi conseguenza naturale dell'applicazione che il coach dedica al lavoro e, soprattutto, alla credibilità che ha avuto dal gruppo fin dal primo giorno di allenamenti. 

I Celtics hanno costruito nel corso degli ultimi anni il loro roster in base alle esigenze tecniche di Stevens, capace successivamente di elevare le prestazioni dei suoi protagonisti a tavolino. Un misto intercambiabile degli elementi è stato reso possibile dall'eclettismo di ognuno dei giocatori che, a rotazione, scendono sul parquet: da Isaiah Thomas a Marcus Smart, da Evan Turner a Crowder e Olynyk, per finire a Lee, Amir Johnson, Sullinger e Zeller. Tutti, o quasi, i componenti del roster possono, indistintamente, svolgere qualsiasi ruolo. Non a caso spesso si vedono blocchi piazzati dai piccoli per i lunghi, oppure un piazzato da tre punti di Olynyk e dalla media di Zeller dalle rimesse dopo aver portato i blocchi. 

Qualità necessaria per essere un membro di questo roster, infatti, è la la capacità di lettura delle situazioni, oltre all'esecuzione che diventa di essenziale importanza per fare lo step successivo di analisi della situazione e ricerca automatica del tiro a più alta percentuale. Da uno schema piuttosto semplice nell'esecuzione, il flex offense, infatti, derivano le più variegate letture e le migliori soluzioni di tiro. Non sorprendono affatto, dopo aver studiato a fondo gli schemi e le soluzioni, le percentuali di tiro di Boston, tra le migliori dell'intera Lega: i piazzati di Sullinger e Zeller sono sentenze tutt'altro che casuali, così come la capacità di finire al ferro di Smart e Thomas, o le triple di Bradley, Turner, Crowder e Olynyk. Tutto viene studiato a tavolino, prima di essere proposto, provato e riprovato in allenamento.

Non sorprende, inoltre, l'equa distribuzione dei tiri all'interno dei set offensivi di Stevens, dove tutti al contempo sono coinvolti nell'azione e possono essere protagonisti. Da questo deriva la grande vastità e varietà di schemi che il giovane coach mette a disposizione dei suoi giocatori, abili nel mettere in pratica tali dettami e trovare la via più facile per arrivare all'obiettivo. Un'altra chiave di questo successo (31 vinte a fronte di 22 perse, per un più che discreto 58% di vittorie) è l'assenza di una superstar: il sistema è basato sul massimizzare il talento individuale di tutti i giocatori, sul movimento di palla e sull'intensità e l'organizzazione difensiva. 

Già, la difesa. Fattore di incidenza tutt'altro che secondario nelle vittorie dei bianco-verdi. All'eclettismo offensivo corrisponde, divensivamente, oltre all'applicazione mentale anche una capacità di adattarsi alle situazioni avversarie che permettono intensità costante sui possessori di palla e una fisicità che mette in notevole difficoltà la costruzione degli schemi. Una partita da esempio su tutte: al TD Garden, la miglior squadra NBA attuale ha faticato e non poco, uscendo sì con le ossa ancora intatte dalla sfida, ma con non poche difficoltà. La difesa di Boston è all'avanguardia per perentuali concesse agli avversari dal campo: seconda ad un solo decimo di punto alle spalle di Chicago, San Antonio e Golden State (43.0 contro 43.1); terza per percentuale concessa nel tiro da tre (32.3% contro il 31.5 di Spurs e Golden State). Un'inezia, che attesta e conferma la qualità dei Celtics anche nella metà campo spalle a canestro. 

Numeri che sembrano essere garanzia di successo, nell'immediato come nel futuro. Una macchina perfetta che, nei prossimi mesi, potrebbe impreziosirsi di pedine fondamentali per fare il definitivo salto di qualità. I nomi che si fanno sono molteplici, da Al Horford al nostro Danilo Gallinari, giocatori che per quoziente intellettivo cestistico non sono secondi a nessuno. Scelte oculate che, in futuro, potrebbero riportare i Celtics a lottare nuovamente per l'anello. Alzi la mano chi, qualche anno fa, avrebbe scommesso anche pochi centesimi su di lui, che ad oggi sembra con Popovich, Kerr (e forse Casey) il candidato numero uno al trofeo di coach dell'anno. Niente paura, nessuna ansia: ci pensa Brad Stevens. 


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