NBA, Bargnani e la maledizione della prima scelta

Ancora senza squadra dopo essere stato tagliato dai Nets, Andrea Bargnani è probabilmente arrivato al capolinea della sua carriera Nba. Fatta di qualche alto, tanti bassi e scelte non sempre felici. Da protagonista al Draft del 2006 al declino attuale, il viaggio sfortunato del 'Mago' al di là dell'Atlantico, con il futuro che si chiama Europa

NBA, Bargnani e la maledizione della prima scelta
NBA, Bargnani e la maledizione della prima scelta

Quando mi sono assunto l'ingrato compito di scrivere il probabile epitaffio sulla carriera Nba di Andrea Bargnani, sono andato sul sito ufficiale della lega per spulciare numeri, statistiche e tutto quel che mi poteva tornare utile. Digitando il nome sul motore di ricerca interno del sito, però, mi è apparsa unicamente una pagina che mi reindirizzava all'elenco dei giocatori per ordine alfabetico: elenco nel quale Bargnani (free agent già da qualche giorno dopo essere stato tagliato dai Brooklyn Nets) non compare più, in quello che potrebbe tranquillamente essere considerato il manifesto della sua carriera al di là dell'Atlantico. 

Già perché quando si parla del giocatore romano non esistono mezze misure: pro o contro, bidone o fenomeno, genio incompreso o giocatore overrated. Non esistono zone grigie, come forse è normale che sia per il primo europeo ad essere chiamato con la scelta numero 1 dai Toronto Raptors al Draft del 2006. E se il peccato originale fosse proprio quello? Vale a dire aspettarsi da Andrea ciò che non era, non è e, presumibilmente, non sarà in grado di dare a certi livelli?

La risposta è si e no allo stesso tempo. E non ci sarebbe nemmeno da stupirsi, visto che il destino dell'ex prodotto della Stella Azzurra sembra essere quello di dividere sempre e comunque. Partiamo da qualche dato: a livello numerico, la miglior stagione dell'italiano resta il 2010/2011 quando viaggiò a 21.4 punti, 5.2 rimbalzi, 1.8 assist
0.5 recuperi e 0.8 stoppate di media, tirando con il 45% dal campo, il 35% da tre e l'82% ai liberi. Non a caso è di quell'anno il career high (41 punti, più 7 rimbalzi e 6 assist), fatto registrare al Madison Square Garden contro i Knicks, tra le cui fila militava anche Danilo Gallinari

Più in generale, nelle sette stagioni in Canada, Bargnani ha viaggiato a 14.3 punti di media. Numeri buoni ma non eccezionali, proprio in considerazione di quella 'maledetta' chiamata numero 1: anche se da Kwamone a Bennett, passando per Milicic e Thabeet, c'è chi ha fatto decisamente peggio venendo scelto tra i primi tre. 

Di certo, poi, all'immagine di fallimento che lo sta accompagnando in queste ore hanno contribuito in larga parte i tanti infortuni dell'ultimo biennio e un paio di scelte infelici: come quella di accettare la permanenza ai Knicks dietro congruo guiderdone (biennale da 11 milioni l'anno) e quella di attraversare il ponte di Brooklyn per accasarsi a dei Nets in disfacimento totale dopo che prokhorov si è accorto che non basta ingaggiare a caro prezzo qualche stella random per mettersi un anello al dito. 

Difficile, quindi, immaginare che un atleta si dotato dal punto di vista tecnico ma con qualche problema caratteriale di troppo, potesse rilanciarsi in ambienti confusi come le due squadre di N.Y. dell'ultimo lustro. Perché al di là delle leggede metropolitane sulla sua 'non difesa' (Bargnani difende, come dimostrato all'ultimo Europeo: il problema è che non sempre la sua difesa era la migliore possibile in Nba) e sulla scarsa attitudine a rimbalzo (il suo massimo in carriera è 17 in una gara contro i Pacers nel gennaio 2010), il grande limite del 2.13 nostrano è sempre stato quello di una solidità mentale non all'altezza del contesto in cui si trovava. Diversamente da quanto accaduto a Gallinari e Belinelli che, lavorando duramente sui propri limiti ma, soprattutto, sulla propria testa, sono riusciti a prendersi una franchigia il primo, un titolo da robusto role player il secondo.

Attenzione: con questo non vogliamo dire che, in assoluto, Bargnani non sia un giocatore da Nba. Anzi, probabilmente in un contesto meno disfunzionale degli ultimi in cui è capitato, magari con un posto in una solida second unit (leggi Spurs), potrebbe ancora dire la sua. Di certo, però, non ci si dovrebbe aspettare che possa diventare il go to guy della squadra che intenda scommettere ancora su di lui. Non è quella la sua dimensione, quanto meno se ne facciamo un discorso strettamente attinente alla realtà cestistica americana. Perché in Europa, invece, un lungo dal piazzato affidabile e capace di mettere palla per terra potrebbe ancora dire la sua in una squadra protagonista in Eurolega, dove la relativa presenza fisica in rapporto alle dimensioni non è poi così fondamentale. 

Probabile che sia proprio questa la strada prescelta, anche perché Rio e la Nazionale chiamano e, con il preolimpico incombente, nemmeno uno come Ettore Messina può permettersi un Bargnani demotivato e fuori forma. Difficilmente la Nba dà una seconda possibilità a cha ha preso, masticato e sputato (seppur con picchi di assoluta eccellenza) una prima volta: prima se ne rende conto Andea meglio sarà per lui e per chi si troverà con lui ad affrontare il difficile cammino che porta alle Olimpiadi.

In fondo quel 28 giugno 2006 che, al di là di tutto, continua ad inorgoglirci tantissimo, appartiene al passato: il presente e soprattutto il futuro, parlano una lingua diversa dalla variante americana dell'inglese.

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