Brooklyn taglia Johnson: il simbolo del fallimento Nets, ma per lui c'è la fila

Nelle stagioni vissute nella Grande Mela, JJ non ha mai brillato e spesso ha giocato sottotono. Lo specchio del volo mai spiccato dalla franchigia di Prokhorov.

Brooklyn taglia Johnson: il simbolo del fallimento Nets, ma per lui c'è la fila
Brooklyn taglia Johnson: il simbolo del fallimento Nets, ma per lui c'è la fila

Siamo nel 2002, mese di maggio. Mentre in Italia ci si scalda per l'esito di una serie A di calcio che vede l'Inter beffata e la Juventus campione, e il mondo si prepara per la rassegna iridata alla sua prima presenza nel continente asiatico, negli Stati Uniti il mondo dello sport punta i propri riflettori su Brooklyn. È proprio qui, dentro all'avvenieristico Barclays Center, che quelli che finora erano conosciuti come i New Jersey Nets diventano, per l'appunto, i Brooklyn Nets. Ci pensa Jay-Z, rapper con un amore mai nascosto per il gioco, a convincere il proprietario russo Prokhorov a completare tutti i passaggi decisivi per il trasloco, seppur di una manciata di chilometri. E il mercato dei giocatori subisce una netta sterzata nella neonata franchigia della Grande Mela, che può già vantare un playmaker di grande valore come Deron Williams e vede l'arrivo di Brook Lopez sotto canestro, e soprattutto di Joe Johnson.

Con dieci stagioni con le casacche di Boston Celtics e soprattutto Atlanta Hawks, l'esterno nato a Little Rock ha acquisito grande esperienza senza però perdere nessuna delle sue qualità, e con il suo arrivo il pubblico di fede Nets torna a sperare, nonostante si sia mobilitata praticamente mezza franchigia per consentirne l'arrivo: in Georgia vanno infatti Jordan Farmar, Anthony Morrow, DeShawn Stevenson, Jordan Williams, Johan Petro e una prima scelta al draft 2013, che nel caso specifico sarà Dennis Schroder alla numero 17. L'accoppiata composta da Prokhorov e Jay-Z sogna in grande, si va subito ai playoff contro i Chicago Bulls in netta emergenza: l'occasione sembra essere ghiotta, ma ci pensano i grandi attributi dei "tori" dell'Illinois (ben messi in evidenza da Marco Belinelli durante gara-7) a smorzare l'entusiasmo in casa Nets. E il fiore all'occhiello del primo mercato dell'era della franchigia in quel di Brooklyn, chiude la sua prima stagione con la nuova casacca con numeri non da All-Star: 16 punti, 4 rimbalzi e altrettanti assist di media.

Numeri che resteranno pressochè invariati nelle due stagioni successive, in cui i Brooklyn Nets non miglioreranno, nè confermeranno quanto fatto nella prima stagione nella loro nuova casa. I playoff sono lontanissimi nonostante l'estate abbia portato tra grandi vecchi con il DNA vincente, come Kevin Garnett, Paul Pierce e Jason Terry. Gente che sa come si portano a casa gli anelli, ma che non riesce a lasciare il proprio marchio nella Grande Mela. E con loro, anche Johnson vive stagioni di pieno anonimato, in cui il pubblico del Barclays Center non sembra affatto rapito dal proprio numero 7, capace di vivere serate in cui gioca praticamente in pantofole. E il progetto di Prokhorov e del suo "consigliere" rapper diventa sempre più moscio, fino a vedere la squadra assestarsi nei bassifondi della Eastern Conference.

E per Joe Johnson, dopo quanto accaduto nei giorni scorsi anche al nostro Andrea Bargnani, arriva il momento dell'addio alla Grande Mela. Si parla tanto del futuro dell'ex numero 7 di Hawks e Nets. In primis si vocifera di un suo ritorno ad Atlanta in stile "libro Cuore", ma le ambizioni di mettere al dito il primo anello della carriera potrebbe indurre JJ a fare altre scelte: San Antonio Spurs e Cleveland Cavaliers ci stanno pensando, la pista che porta ai Miami Heat è altrettanto valida e altre franchigie sono sulle sue tracce, come Oklahoma City Thunder, Houston Rockets (onnipresenti quando si tratta di fare trades dal grande volume mediatico) e un'altra compagine che riaccoglierebbe volentieri Johnson, ovvero i Boston Celtics. Il futuro si scriverà a breve, ma è inevitabile collegare il fallimento dei Brooklyn Nets con quello dell'uomo che, volume della trade e ricchezza del contratto alla mano, doveva essere l'uomo della svolta.

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