NBA, la dimostrazione della forza del gruppo dei Golden State Warriors

Non solo Curry e Thompson: la seconda vittoria consecutiva dei campioni in carica contro i Thunder ha messo in evidenza la forza del gruppo. Tanti grandi singoli al servizio della squadra, con punte di eccellenza assolute.

NBA, la dimostrazione della forza del gruppo dei Golden State Warriors
NBA, la dimostrazione della forza del gruppo dei Golden State Warriors

Un 55-5 a questo punto della regular season non si era ancora mai visto. Così come si fa fatica a ricordare un 19-1 contro le prime 10 squadre della Lega. Le 44 vittorie consecutive in casa, invece, le avevano già fatte i soliti Chicago Bulls 1995/1996: ma tanto, anche lì, è solo questione di tempo. Perché ormai le parole, 'record', 'storia', 'primato' fanno rima con Golden State Warriors. Una squadra che sta riscrivendo i moderni canoni del Gioco non solo attraverso il genio cestistico di Stephen Curry, ma grazie ad un gruppo di giocatori capaci di andare al di là delle proprie caratteristiche di singoli per mettersi al servizio di un sistema con pochi eguali nella Nba moderna. E quando una squadra del genere gira alla perfezione non esiste forza competente che possa sbarrarle il cammino.

L'esempio lampante è costituito dalla ripassata (la seconda nelle ultime tre partite) agli Oklahoma City Thunder, Nella serata di gala della Oracle Arena, i campioni in carica hanno mandato a punti tutti i giocatori scesi in campo (tranne il povero Brandon Rush: 0/1 in 9 minuti e spiccioli), tirando 47/87 dal campo (54%) e ovviando, per una volta, al 32.4% dall'arco (11/34). Ciò è stato reso possibile grazxie all'apporto di tutti quegli elementi che non portano il 30 sulle spalle. E se i 21 di Klay Thompson (1/7 da tre ma 10/19 per un più che accettabile 52% al tiro) non fanno quasi notizia, il 4/5 (2/2 dall'arco) in poco più di 11 minuti di Speights è stata la vera arma in più che ha scompaginato i piani difensivi di OKC. Con lui in campo 12/19 di squadra e +11 di plus/minus. E come dimenticare gli 11 punti e gli 8 assist di uno Shaun Livingston sempre in grado di fare la propria parte quando è chiamato a dare il giusto riposo alle guardie titolari. Di Barnes (14, 7 rimbalzi e 5 assist) e Green (14, 8 e 7) sarebbe quasi superfluo parlare, non fosse che ad ogni partita risultano ancor più determinanti di quella precedente. E il, rispettivamente, 54.5 e 60% dal campo è il dato che risalta meno quando i due sono insieme sul parquet.Basti pensare che da quando il 23 è entrato a far parte in pianta stabile dello starting five, i Warriors sono 122-20 nel bilancio vittorie/sconfitte (74-8 nelle ultime 82 di Regular Season).

Menzione d'obbligo anche per Andre Iguodala e Andrew Bogut che, in un'ideale trasposizione calcistica, sarebbero i mediani, i portatori d'acqua del roster a disposizione di Steve Kerr. Ma, in una squadra che mira a lasciare un segno ben più profondo di un titolo in più o in meno, servono anche questi elementi. E loro sono sempre al posto giusto, al momento giusto, pronti a fare la cosa giusta. Come, ad esempio, vanificare la quasi tripla doppia (32, 10 rimbalzi e 9 assist) di un Kevin Durant che avrebbe avuto impatto contro le altre 29 difese degli Stati Uniti, ma non contro questa qui. E come dimenticare Leandrinho Barbosa,uno che in carriera ha fatto da cambio a Steve Nash prima e a Stephen Curry poi e che finalmente si sta togliendo le soddisfazioni che merita: anche stanotte 6 silenziosi punti che, a conti fatti, hanno avuto un peso specifico non da poco.

Poi, vabbè, c'è QUELLO LI': che ne mette 33 (12/25 dal campo, 5/15 dall'arco) quasi senza accorgersene, in una padronanza dei propri mezzi che farebbe spavento se non si fosse tutti rapiti dalla bellezza di ogni singolo possesso che gioca. 

Ma, a ben vedere, questa è la cosa più scontata e ovvia di tutte.

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