NBA - Boston Celtics, vorrei ma non posso

I Celtics si arrendono in gara 5 all'ondata di triple degli Atlanta Hawks. Esperienza e frenesia condizionano la prestazione nei due quarti centrali, mettendo a nudo i limiti strutturali e fisiologici della squadra del Massachussets.

NBA - Boston Celtics, vorrei ma non posso
Boston, vorrei ma non posso

Problemi di gioventù, fisiologici, più di ogni altra cosa. Nelle pieghe della sconfitta, sonora e meritata, dei Boston Celtics in casa degli Atlanta Hawks in gara 5 ci sono tutte le pecche di una squadra giovane ed immatura, palesemente incompleta quando si tratta di fare un passo in più nella crescita mentale verso lo step successivo. Inevitabile, perché i nuovi Celtics di Brad Stevens sono neonati o quasi, vergini a queste pressioni, a questi ritmi, all'importanza capitale di una pivotal game che, all'interno di una serie lunga sette infinite gare, premia spesso la franchigia con maggiore esperienza delle due, quella capace di riconoscere i momenti chiave del match e farli propri. 

Bard Stevens è ben consapevole dei limiti della sua squadra, e lo dimostra nonostante provi a cambiare tutto ed il contrario di tutto all'interno dei parziali negativi che affondano la sua barca. Prima quattro esterni ed un lungo (Amir Johnson), poi due lunghi con quest'ultimo ed Olynyk affiancati ad un (finalmente) positivo Sullinger, infine in extrema ratio, la scelta di usare cinque esterni, con Crowder e Jerebko da lunghi ma soltanto nominali. L'inizio premia le scelte del giovane coach, che sfrutta più di ogni altra cosa la scia e le scorie che gara quattro ha lasciato nelle menti e nelle gambe degli Hawks.

Inevitabile, dopo il -10 iniziale, la scossa, la reazione, di orgoglio, della squadra più quotata delle due. Del resto il peso dei giocatori, il carisma degli stessi, lo si nota in questi momenti cruciali: Bazemore infila quattro triple di fila, Teague lo segue a ruota infierendo e non poco sul ritmo del match, diventato schizofrenico all'improvviso. Irresistibile lo strappo dei padroni di casa, che evidenzia le lacune strutturali e mentali dei giovani avversari: quando c'è da recuperare, magari in casa, Boston sfrutta il Garden e l'impeto della gioventù per rialzarsi, ma in trasferta è ben altra cosa. La frenesia della rimonta induce Thomas e Turner, su tutti, a forzare in attacco tralasciando il piano partita (rimti lenti e possessi centellinati), alimentando di fatto la fuga dei padroni di casa e la sconfitta finale. 

E' risaputo che i Boston Celtics così come sono costruiti, ad oggi, sono incompleti nella struttura come nell'attitudine mentale ad approcciare questo tipo di partite: una mancanza fisiologica, nell'ottica di un progetto e di un viaggio di costruzione di un roster appena intrapreso. All'interno di una serie di playoff, magari alle sei o sette gare, intervengono fattori quali la lunghezza della panchina, gli infortuni, l'abitudine a giocare questo tipo di gare e, soprattutto l'esperienza, che non possono permettere a questi Celtics di giocarsi fino in fondo questo tipo di partite. La gara di ieri notte ha segnato il confine tra ciò che sarebbe potuto essere (in positivo) e ciò che è stato (in negativo ovviamente). La frustrazione e la rabbia, unite alla necessità di colmare subito il gap creatosi, hanno occluso la mente degli interpreti di Stevens. Serie chiusa? Tutt'altro. Ne vedremo ancora delle belle.