Rio 2016, tutte le difficoltà di Team Usa

La fase a gironi del torneo olimpico ha messo in evidenza dei problemi strutturali di una squadra ricca di talento, ma ancora incapace di gestire e di gestirsi. E l'ipotesi di un ko non sarebbe poi così clamorosa. Ecco perché

Rio 2016, tutte le difficoltà di Team Usa
Rio 2016, tutte le difficoltà di Team Usa

Dove eravamo rimasti? Alle cicloturistiche contro Cina e Venezuela che, in ogni caso, non avevano mancato di evidenziare quelle piaghe in cui Australia, Serbia e Francia non hanno mancato di mettere il dito, senza per questo riuscire a dare la spinta decisiva a un gigante dai piedi d'argilla.

Perché questo è, attualmente, Team Usa. Una squadra forte, anzi fortissima nelle sue individualità, ma che squadra non è, spinta unicamente da un ammasso di talento informe e ingovernabile che, senza controllo, alla lunga potrebbe risultare come la potenza in quel famoso spot di qualche anno fa: nulla.

Normalmente criticare chi che fa 5/5 nel suo girone sarebbe un inutile esercizio di stile e retorica. Peccato si sia al cospetto di chi questo gioco l'ha inventato e, normalmente, lo interpreta a un livello troppo alto per tutti gli altri. Non questa volta. Dovrebbe stravincere ma si limitano a vincere senza, peraltro, convincere; dovrebbero dare dai 30 ai 40 punti di scarto di media agli avversari ma hanno faticato ad arrivare ai 100 (solo una volta nelle ultime tre) non appena si sono trovati di fronte a un minimo di organizzazione difensiva (non inganni il +23.4 di differenziale: quello è figlio delle prime due agili vittorie); dovrebbero dominare con il tiro da fuori in relazione alla minore distanza Fiba ma il loro miglior tiratore in uscita dai blocchi ha fatto pace con i ferri della Carioca Arena solo contro la Francia (9/16 dal campo e 7/13 dall'arco per complessivi 30 punti), dopo un 4/26 e un 1/10 nelle precedenti 4 uscite, con il resto della squadra che non è che faccia molto meglio: 39.3% (53/135) complessivo dai 6.75; dovrebbero soffocare ogni singolo attacco avversario, tanto sul perimetro quanto nel pitturato, ma vanno in difficoltà su pick n'roll centrali e tagli dal lato debole abbastanza scolastici (81.4 punti a partita concessi); avrebbero tutto per costruire un playbook dalle soluzioni offensive infinite ma vivacchiano (per quanto ancora?) soltanto sugli isolamenti di Anthony (secondo miglior marcatore della squadra a 15.2 punti di media), sulle conclusioni dal mid range di Durant (uno dei pochi ad essere sopra il 50% dal campo per 16.8 punti a serata), sulle zingarate di Irving; avrebbero una più che discreta frontline ma. tra i problemi di falli di Cousins, la discontinuità di Jordan e l'evidente stanchezza di Draymond Green, i lunghi sono quelli che stanno andando più in crisi in questo torneo olimpico: valgano, a supporto, gli appena 7.2 rimbalzi di media in più presi nel complesso rispetto agli avversari (40.6 - 33.4). 

In fondo è tutto qui. E non ci sarebbe bisogno di dati o stats particolari per fotografare il momento complesso del gruppo di coach K. Una squadra nata non benissimo ma che, al netto di defezioni importanti e difficoltà sopravvenute, non avrebbe dovuto faticare poi troppo sulla strada verso la medaglia d'oro. Invece, contrariamente alle previsioni (anche nostre), bisognerebbe iniziare a considerare l'ipotesi di un nuovo 2004. Il che non significa che Team Usa perderà, ma semplicemente che c'è la possibilità che ciò avvenga, senza per questo doversi stupire poi troppo. Perché se all'inizio si poteva pensare a un problema di approccio troppo morbido (con le quasi 11 palle perse a partita che costituivano un robusto indizio in tal senso), oggi si deve guartdare in faccia la realtà: siamo al cospetto di problemi strutturali endemici e difficilmente correggibili giocando una volta ogni due giorni. Problemi che rendono vulnerabili. E, a certi livelli, vulnerabile fa rima con battibile. Anche per la squadra che non dovrebbe essere battuta.


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