Nba, il grigio futuro dei Detroit Pistons

Le difficili prospettive della franchigia del Michigan, tornata ai playoffs lo scorso anno, ma ancora lontanissima dall'èlite Nba.

Nba, il grigio futuro dei Detroit Pistons
Stan Van Gundy e Stanley Johnson. Allen Einstein/NBAE/Getty Images

Tornati ai playoffs a distanza di quasi dieci anni dall'ultima volta, i Detroit Pistons si apprestano a vivere un'altra stagione con l'obiettivo della post-season, unico davvero alla portata della truppa capitanata da Stan Van Gundy. L'apparizione ai playoffs dello scorso maggio è costata alla franchigia del Michigan uno sweep, un netto 4-0 rifilatole al primo turno della Eastern Conference dai futuri campioni Nba dei Cleveland Cavaliers. 

Il principale obiettivo dell'estate di Detroit era quello di trattenere il free agent Andre Drummond, centro titolare dei Pistons e ritenuto uno dei pilastri su cui costruire il futuro della squadra. Missione compiuta, perchè Drummond ha firmato un nuovo contratto, che dalla nuova stagione gli garantirà uno stipendio da oltre ventidue milioni di dollari. Intorno al giovane centro è stato costruito un reparto lunghi interessante ma forse non troppo diversificato. L'australiano Aron Baynes e il croato Boban Marjanovic (entrambi ex San Antonio Spurs) sono infatti due interni poco mobili, giocatori di buona intensità ma dal raggio di tiro praticamente inesistente. In sostanza, due numeri cinque buoni per far tirare il fiato a Drummond, mentre come secondo lungo Van Gundy dovrà affidarsi ancora a Marcus Morris, il gemello affidabile della coppia Nba, e al nuovo arrivato Jon Leuer, che da Phoenix proverà a portare un'alternativa fronte a canestro. Detroit ha però pescato bene al Draft, aggiudicandosi il diciannovenne Henry Ellenson da Marquette, a lungo dato tra i primi dieci giocatori della lottery e poi finito alla numero diciotto, chiamato proprio dai Pistons. Su Ellenson, lungo interessante, oltre che sull'altro rookie Michael Gbinije, potrà lavorare in prospettiva Stan Van Gundy, anche se il materiale a sua disposizione rimane da playoff solo nella Eastern Conference. Ed è questo il vero punto interrogativo sulla franchigia del Michigan: reduce da stagioni disastrose, Detroit non è mai riuscita negli anni a trovare giocatori in grado di farla svoltare (come invece accaduto a Minnesota e, recentemente a Philadelphia). 

Ecco perchè il cielo è grigio sopra il Palace of Auburne Hills: la squadra non è più un'accozzaglia di figuranti Nba, ma un gruppo ben allenato dal suo coach, che però non ha grande futuro, a meno di qualche trade ben imbastita e un po' fortunata. Da questo punto di vista, i Pistons hanno provato a rinforzarsi già lo scorso inverno, quando acquisirono Tobias Harris dagli Orlando Magic in cambio di Ersan Ilyasova e Brandon Jennings. Harris costituisce tuttavia un altro equivoco del roster di Detroit: giocatore atletico ed esplosivo, non ha ancora trovato la giusta dimensione, oscillando nei ruoli di small e power forward senza incidere davvero in alcuna fase del gioco. Le redini della squadra sono invece affidate a Reggie Jackson, talentuoso quanto discontinuo playmaker ex Oklahoma City Thunder. Convinto dei propri mezzi, al punto da risultare spesso arrogante ed egoista, Jackson è stato il giocatore chiave per i successi della scorsa stagione, anche perchè dietro di lui non c'era un'alternativa credibile nella posizione di point guard. Come suo backup è giunto quindi quest'estate in Michigan Ish Smith, altro buon realizzatore, ma non necessariamente un playmaker che mette ordine in campo. Ai tifosi dei Pistons non resta che sperare in un altro miracolo di Stan Van Gundy, che ha costruito questa squadra impostandola in attacco sul tiro da tre punti, specialità nella quale eccelle Kentavious Caldwell-Pope, uno degli esterni più sottovalutati dell'intera lega, e in cui invece dovrà migliorare ancora il giovane Stanley Johnson, uscito con le osse rotte dal confronto ai playoffs con il re LeBron James. 

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