NBA playoffs, la rotazione a sette degli Houston Rockets

L'infortunio di Nenè non ha sinora cambiato le rotazioni di D'Antoni: quintetto estremo con cinque esterni quando Capela è in panchina, arma a doppio taglio per Houston.

NBA playoffs, la rotazione a sette degli Houston Rockets
Il roster degli Houston Rockets sul parquet dell'AT&T Center. Fonte: Jesse D. Garrabrant

Non è una novità che Mike D'Antoni riduca all'osso le sue rotazioni durante i playoffs NBA. Otto uomini scelti per la battaglia, accuratamente selezionati dopo un'intera regular season, come accaduto anche nella stagione in corso, in cui l'ex Baffo ha incluso tra i suoi pretoriani solo Patrick Beverley, James Harden, Trevor Ariza, Ryan Anderson, Clint Capela, Lou Williams, Eric Gordon e Nenè. 

Nenè. Fonte: Bill Baptist/NBAE via Getty Images

L'infortunio del veterano brasiliano ha però scompaginato i piani dell'ex allenatore di Phoenix, Lakers e New York Knicks. K.o. per un insulto muscolare all'adduttore, Nenè è stato dichiarato fuori causa dallo staff tecnico dei Rockets, con prognosi che parla di postseason finita. In una serie lunga e dura come quella contro i San Antonio Spurs di Gregg Popovich, trovare risorse dalla panchina potrebbe essere una soluzione: gli stessi neroargento hanno attinto a più riprese dalle loro seconde linee dopo l'infortunio di Tony Parker, proponendo in due occasioni il rookie Dejounte Murray in quintetto, e scongelando altri due esterni come Jonathon Simmons e Kyle Anderson. Opzione sinora non contemplata da D'Antoni, che si è giocato gara-5 con solo sette uomini: unico cambiamento, l'inserimento in quintetto di Eric Gordon per Ryan Anderson, mentre non è stato rimpiazzato Nenè, con Sam Dekker e Montrezl Harrell rimasti a guardare per tutta la durata degli spettacolari e palpitanti cinquantatrè minuti della battaglia all'ombra dell'Alamo. Oltre a una scelta chiara relativa al numero dei giocatori da inserire nelle sue rotazioni, D'Antoni ha preferito optare per alcuni tratti della sfida per un quintetto estremo, senza lunghi nominali. Quando Clint Capela è tornato in panchina per un minimo di riposo, Houston ha varato uno schieramento a cinque esterni, con Ryan Anderson giocatore più alto sul parquet (impossibile da etichettare come centro o anche solo come lungo). Scelta offensiva chiara, allo scopo di avere a disposizione cinque uomini in grado di spaziarsi sul perimetro. Ecco l'estremizzazione del concetto di small ball, che in difesa significa poter cambiare su chiunque, e non temere i mismatch fisici, quelli con Aldridge e/o Gasol accoppiati con un esterno, tanto per intenderci. 

Jonathon Simmon al ferro contro il quintetto estremo dei Rockets: Fonte: Jesse D. Garrabrant

Mossa che in parte ha pagato, perchè LMA ha continuato a faticare anche contro avversari di stazza inferiore, confermando tutti i dubbi di chi lo ritiene poco compatibile con sistema e ambiente neroargento, e perchè Pau Gasol non è mai stato realmente in partita. Utilizzato con poca continuità, il catalano non è riuscito a incidere secondo il suo sconfinato talento. L'altra faccia della medaglia della rotazione a sette uomini di D'Antoni si è però mostrata in maniera nitida nel quarto quarto e overtime, quando i Rockets sono sembrati in debito d'ossigeno. James Harden si è intestardito nel tener ferma la palla per creare dal palleggio, togliendo alla sua squadra l'elemento imprescindibile del sistema: il ritmo. Difficile capire quanto abbiano inciso le caratteristiche individuali (e le lune) del Barba, e quanto viceversa la stanchezza abbia giocato un ruolo importante. Fatto sta che Houston ha faticato tremendamente a mettere a referto punti contro una squadra che stava chiaramente barcollando, orfana anche di Kawhi Leonard, dopo aver già perso Tony Parker in gara-2. In più occasioni Harden ha perso palla o atteso lo scadere dei ventiquattro secondi per attaccare, favorendo così la difesa degli Spurs, passati stabilmente al quintetto con quattro esterni, con Simmons eversore dell'ex Thunder in difesa.

Un Harden imperscrutabile ha dato l'impressione di attendere sempre un blocco dai suoi compagni di squadra, verosimilmente per due ordini di motivi: innanzitutto per eseguire il pick and roll centrale con uno tra Capela e Anderson, vero e proprio marchio di fabbrica dell'attacco di Houston, in secondo luogo per forzare un cambio difensivo ritenuto favorevole, accoppiandosi magari con Aldridge o con un avversario considerato più attaccabile. Ne è scaturito invece un loop offensivo stagnante, in controtendenza con le abitudini della casa, che è costato gara-5 ai Rockets. Anche l'ultima palla della partita, quella della stoppata subita da Ginobili, ha confermato il trend del terzo quarto e dell'overtime. Un trend che dovrà subito essere modificato, per forzare gara-7 e tornare a giocarsi il tutto per tutto all'AT&T Center.

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