Non è un mistero, né una novità che il mondo NBA si sia apertamente schierato contro l’elezione e la politica del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La massima organizzazione del pianeta, per quanto riguarda la pallacanestro, si propone di essere una lega del mondo per il mondo, che trascende differenze politiche, etniche, culturali o religiose e questa sua propensione per l'interculturalità ha poco a che spartire con le politiche isolazioniste e anti musulmane promulgate da Trump sia durante la sua campagna elettorale, che durante i primi mesi del suo mandato, iniziato il 20 gennaio scorso. Questa presa di posizione è stata ripetutamente ribadita da figure di spicco della lega, che non hanno lesinato critiche nei confronti del neo presidente, a cominciare da Lebron James, partecipante attivo alla campagna elettorale dell’avversaria di Trump Hillary Clinton, passando per Gregg Popovich, Stan Van Gundy, lo stesso Steve Kerr, il proprietario dei Dallas Mavericks Mark Cuban e molti altri.

Lo stesso discorso vale per i freschi campioni NBA, i Golden State Warriors, che a poche ore dalla vittoria del Larry O’ Bryen Trophy, hanno dichiarato, per mezzo di alcuni dei suoi giocatori più rappresentativi, primo fra tutti Stephen Curry, che anche in caso di invito non si sarebbero recati a Washington per la consueta visita alla Casa Bianca, che ogni anno i campioni in carica effettuano alla prima trasferta in quel della capitale.

Nella giornata di mercoledì, tuttavia, l’head coach dei Warriors Steve Kerr ha dichiarato di voler riconsiderare le posizioni della squadra riguardo a questa vicenda: “Vorrei che i miei giocatori riflettessero attentamente su questa decisione” dichiara ai microfoni di The TK Show. “Tutti sanno che sono sempre stato un chiaro critico nei confronti del presidente Trump e forse, proprio per questo motivo, non riceveremo l’invito. Credo che però considerare attentamente un potenziale invito sia importante, perché credo che una nostra visita avrebbe molte conseguenze positive”.

Nonostante le prese di posizione dei propri giocatori a riguardo, ed il proprio dissenso nei confronti della politica di Trump, Kerr non ha mai messo in discussione il proprio rispetto per le figure istituzionali del paese: “C’è un profondo rispetto per l’istituzione, per la carica politica. C’è molto rispetto per il nostro governo e penso che questo bisogna tenerlo a mente indipendentemente dalle opinioni  delle persone che ricoprono quelle cariche”

Successivamente ha ribadito l’importanza oggettiva che un'apertura verso Washington potrebbe avere da parte della squadra: “Penso che farebbe un positivo scalpore, in un periodo di profonda divisione in cui tutti sembrano provare rancore per il prossimo. Sarebbe un gran gesto da parte nostra andare. E per fare ciò mettiamo da parte tutte le proteste partigiane e le motivazioni personali, rispettiamo l’istituzione”. “Pensiamoci, se un giocatore volesse dar voce alle proprie preoccupazioni su quello che sta accadendo, quale  occasione migliore ci sarebbe per farlo. So che sembra una cosa idealistica, ma vorrei che questa possibilità venisse considerata dai nostri giocatori come un opzione, invece del semplice”Neanche per sogno, non ci andrò”.

Kerr dichiara di essersi sentito lui, in prima persona, offeso da molte dichiarazioni di Donald Trump, ma che in ogni caso, l’accettare un eventuale invito, sarebbe un gesto simbolico forte di unione in un paese sempre più diviso dalle ideologie contrastanti: “Dobbiamo iniziare tutti a pensare a nuovi modi per unire gli uni con gli altri e fermare questa divisione e probabilmente lo sport è un buon veicolo per aiutare questo processo”. “Questo non riguarda politiche partigiane, non riguarda democratici e repubblicani, riguarda la comunicazione, riguarda il rispetto e la moralità e queste sono cose a cui dobbiamo dar valore nel nostro paese”.

In conclusione, consapevole di tutte le difficoltà del caso, Kerr ribadisce la sua personale completa disponibilità a recarsi a Washington per incontrare Donald Trump, dichiarando che sarebbe felicissimo di ricevere un invito da parte del Presidente degli Stati Uniti.