Pallone d'Oro, il giorno dopo

L'analisi della serata di Zurigo, tra vincitori attesi e possibili alternative.

Le ore che seguono un grande evento sono per forza di cose un insieme di valutazioni, giudizi, critiche, fondate o meno. Il Pallone d'Oro 2014 va a Cristiano Ronaldo, per la terza volta. Si può certo alzare la mano e sostenere la forte quotazione di Neuer, ma non si può in maniera altrettanto evidente criticare la scelta operata, perché Ronaldo resta ad oggi il n.1 al mondo. Se è vero che nel bottino di Neuer spicca l'alloro mondiale, a cui Cristiano può opporre la "sola" Champions, è altrettanto chiaro come da tempo la questione trofei abbia lasciato il passo ad altro nella scala che porta a votare il migliore. Se nel 2010 si scelse Messi, oltre Snejider e Iniesta, signori con l'Inter e con la Spagna, è chiaro che l'intento, il concetto di base non è quello di premiare il più vincente, o il più decisivo in una determinata annata, quanto il più forte, semplicemente. Vincere aiuta e sposta l'ago della bilancia, ma non in maniera decisiva, se i tre contendenti hanno tutti qualcosa da mettere sul piatto. Si può invece criticare, con giustizia, il secondo posto di Leo Messi, in un anno alterno, in cui la Pulce ha staccato la spina spesso, soprattutto nei momenti più caldi, in Liga, in champions, con la divisa nazionale. Neuer resta il portiere di riferimento, ma è fermato da diversi fattori nella conquista al titolo individuale, che non "ama" chi occupa il ruolo del fuoriclasse del Bayern, soprattutto in un'epoca dominata da due fenomeni planetari come Messi e Ronaldo, numeri uno oltre il campo. 

Joachim Loew è altro nome che porta a diatribe, soprattutto italiane. Eppure anche qui esprimere un obiettivo giudizio è difficile. Nel campo dei tecnici, con tre nominati come Loew, Ancelotti e Simeone, si scende in una specie di roulette in cui ogni numero è vincente. Chiunque porta credenziali di successo, non è uno scandalo scegliere a caso tra i tre. Partiamo dal vincitore, Loew. La Germania è nelle sue mani da tempo e col tempo, attraverso anche batoste come quelle del 2006, è cresciuta, fino a diventare una potenza ancora in divenire. Giovane, forte, senza limiti. Il cammino iridato, chiuso con il successo sull'Argentina, segna il cambio al vertice tra Spagna e Germania e il regista del cambiamento è proprio l'elegante Loew, capace di sopperire all'assenza dell'uomo di maggior talento, Reus, senza stravolgere gli equilibri della squadra. Che dire di Ancelotti, se non una parola, Decima. Vincere la Champions non è da tutti, farlo a Madrid, dove il calcio è vissuto in maniera febbrile, dove il massimo trofeo europeo è un vanto da sfoggiare sempre e comunque, dove il sogno assume spesso i contorni dell'ossessione, è impresa per pochissimi. Infine Simeone e qui giungiamo al miracolo più illuminante. Costruire una squadra in grado di conquistare la Liga e fermarsi a un passo dalla Coppa, con giocatori normali, convincere un gruppo a spremersi oltre il limite per il successo, creare una trincea insuperabile e riuscire mesi dopo a risorgere, formati da qualità diverse, ma fatti della stessa sostanza. Complimenti a Loew, ma anche ad Ancelotti e Simeone, la vittoria è di tutti.

Scontati e meritati i riconoscimenti al femminile. Kellermann è la guida, il mentore del Wolsfburg, squadra al vertice del calcio in rosa, mentre Nadine Kessler di quella squadra è capitano e simbolo. Sono loro a conquistare la gloria e il campo riflette un dominio confermato dai trofei individuali. Tedeschi, entrambi. Con la Germania che domina, al femminile ancor di più.

Scegliere i migliori undici è poi esercizio pressoché impossibile. Troppi i papabili a occupare le caselle del 4-3-3 del 2014. Davanti, con Messi e Ronaldo, sempre loro, Robben. Un fenomeno l'olandese, come Ibrahimovic, per esempio, uno degli esclusi. In mezzo al campo c'è Don Andrés, premio alla carriera in un anno non scintillante. Criticare l'Illusionista resta però materia non di mia competenza, troppo grande l'ammirazione per un artista del gioco. Di Maria c'è, per fortuna. Meriterebbe altri lidi, magari al fianco di Ronaldo e Neuer, ma il Pallone d'Oro è anche e soprattutto fenomeno mediatico e Di Maria, che fenomeno è, ma solo in campo, resta fuori, dai tre. L'unico "cruccio" in difesa, dove è inspiegabile la scelta di David Luiz, protagonista nella disfatta del Brasile al Mondiale. A guardare Godin, simbolo dell'Atletico rivelazione. 

La chiusura al Premio Puskas, miglior gol dell'anno. James Rodriguez ringrazia il gioiello con l'Uruguay. Gol splendido per controllo ed esecuzione, ma non superiore, per difficoltà, a quello realizzato da Van Persie e dall'irlandese Roche. Il palcoscenico, in questo caso, incide, non poco. Bussano alla porta anche altri grandi esclusi, dal tacco di Ibra in giù.

Sensazioni, brividi propri, sbalzi d'umore, innamoramenti d'annata, il Pallone d'Oro resta fonte di battute e possibili alternative, premio discusso, a ragione, ma comunque atteso.  

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