La scalata del Belgio: dal 71° al 1° posto nel ranking FIFA in otto anni

Come i Diavoli Rossi sono riusciti a salire in cima al mondo senza vincere un solo titolo, ma garantendo una fioritura di talenti mai vista da quelle parti: dietro all'exploit degli uomini di Wilmots c'è soprattutto una scuola capace di reinventarsi, un po' come accaduto alla Germania

La scalata del Belgio: dal 71° al 1° posto nel ranking FIFA in otto anni
La scalata del Belgio: dal 71° al 1° posto nel ranking FIFA in otto anni

Antonio Conte si è lamentato in un paio di circostanze per la mancata presenza della sua Italia, sconfitta soltanto in amichevole dal Portogallo, nel lotto delle teste di serie per la composizione dei gironi di Euro 2016. Ma quando il ct ha parlato, ha preso di mira il fatto di essere dietro alla Croazia. E, giustamente, non è andato a colpire chi, di fatto, ha soffiato alla Nazionale il posto nell’urna. Il Belgio, la nazionale che ha vinto il Gruppo B con 23 punti e, adesso, guarderà tutti dall’alto in basso nel ranking FIFA. Ebbene sì…

Dal 71esimo al primo posto in 8 anni

Da quando il ranking è stato introdotto (1993), la posizione media dei Diavoli Rossi è stata la 33. Ciò significa che, storicamente, il Belgio non è affatto una delle prime selezioni mondiali. Eppure, adesso, si isserà per la prima volta al numero uno, completando una rimonta a dir poco incredibile. Nel 2007, anno chiuso al 66esimo posto, toccò il punto più basso con un piazzamento al 71esimo gradino del calcio mondiale. Otto anni dopo è al numero uno. Un andamento che va di pari passo a una straordinaria fioritura di talenti, quelli esplosi nel corso della gestione di Wilmots e giunti ai quarti nell’ultimo Mondiale brasiliano. Un’autentica mina vagante anche a Francia 2016.

Un lungo blackout

La storia del Belgio calcistico è sempre stata vissuta all’ombra dei cugini olandesi. Se gli Oranje impressionavano il mondo con il loro calcio totale fiorito intorno agli anni 70, i belgi si accontentavano di farsi strada proponendo una visione più concreta. Guy Thys è il grande mentore, il ct che resta in sella dal 1976 al 1991 (salvo una breve interruzione tra 1989 e 1990) e ottiene i migliori risultati nella storia della nazionale: terzo posto all’Europeo 1972, secondo nel 1980 e quarto piazzamento a Messico ’86. Una via di mezzo tra il catenaccio all’italiana e il calcio totale olandese, declinato nella forma di quello che, per i nostri giorni, sarebbe un 3-5-2. Ma da quella generazione a questa, c’è in mezzo un vuoto impressionante. Un blackout che inizia con l’eliminazione agli ottavi dei Mondiali 2002 e si conclude con il ritorno in una grande competizione garantito dalla qualificazione a Brasile 2014. 12 anni di vuoto ai quali è necessario aggiungere una postilla non da poco: l’eliminazione al primo turno durante Euro 2000, ospitato e non onorato se si considera che il Belgio divenne la prima nazionale a non passare quello sbarramento nella competizione.

Una piccola Germania

In quanto a risultati, tutto torna a muoversi intorno al 2012, quando viene nominato come ct Marc Wilmots, uno degli ultimi giocatori lanciati in nazionale da Thys. Anche lui pratica un calcio che concilia tecnica e ordine, ma – a differenza dei predecessori – può disporre di un talento da “generazione d’oro”. Hazard e de Bruyne sulla trequarti, Benteke e Lukaku in attacco, gente come Mertens, Nainggolan, Fellaini da aggiungere al mazzo. Senza dimenticarsi di portieri come Courtois e Mignolet o di un difensore del calibro di Kompany (e, questo, soltanto per voler fare qualche nome). Il primo botto è la qualificazione al Mondiale brasiliano dominando con 26 punti un girone che include anche Croazia, Serbia, Scozia, Galles (come nelle qualificazioni a Euro 2016) e Macedonia. Il secondo è l’ottima rassegna sudamericana, quando i suoi si fermano soltanto al cospetto di Messi e compagni (come nel 1986). E il terzo è la conferma, ottenuta vincendo nuovamente il girone per Francia 2016. Il tutto scalando il ranking. Quando è arrivato Wilmots, il Belgio era 21esimo al mondo. Ora è al primo posto. Ma, attenzione, non è tutta farina del suo sacco. Dietro c’è molto altro. Un movimento che, come quello tedesco, ha toccato il fondo nel 2000 e da allora ha saputo reinventarsi, riprogrammarsi e aggiornarsi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Qualcuno – magari partendo dai cugini olandesi – prenderà appunti?


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