Gibilterra, il lato "british" della penisola iberica che la Spagna non voleva

Dopo anni di ricorsi davanti alla giustizia sportiva, il minuscolo staterello tra Europa e Africa è diventato membro della FIFA: un'altra "cenerentola" romantica del calcio internazionale.

Gibilterra, il lato "british" della penisola iberica che la Spagna non voleva
Gibilterra, il lato "british" della penisola iberica che la Spagna non voleva

C'è una fascia di terra, in quello che per secoli è stata considerato il passaggio per la fine del mondo, che da qualche tempo ha scoperto… il calcio: è Gibilterra, estremo lembo d'Europa prima dell'Africa e territorio d'oltremare sotto la dipendenza di Sua Maestà Elisabetta II. In pratica, prima di arrivare dalla Spagna al Marocco devi passare per il Regno Unito. Ma cosa c'entra tutto questo con lo sport? Il rapporto che questo puntino di 6,843 km² ha con il pallone è piuttosto recente, almeno a livello di federazioni internazionali: nel gennaio 2007, infatti, il Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna ha ordinato alla UEFA di affiliare la Federazione calcistica di Gibilterra, su ricorso di quest'ultima, ma già il 25 agosto 2006 era stato annunciato che Gibilterra sarebbe diventato un membro provvisorio della Federazione continentale.

Non si tratta solo di far parte del più grande “club” calcistico d'Europa, peso non indifferente all'interno della FIFA, ma anche di affacciarsi al palcoscenico del business: è l'organizzazione guidata attualmente da Platinì, infatti, a muovere le risorse per i grandi eventi del football nel Vecchio Continente in un sistema cui tutti sono chiamati a partecipare. Ma l'entrata definitiva nella UEFA di Gibiliterra (nonstante l'associazione calcistica locale esista dal lontano 1895) avrebbe richiesto ancora più tempo: l'associazione, infatti, nel corso della riunione del Comitato Esecutivo tenutosi a Lubiana il 5 e il 6 ottobre 2006, aveva ulteriormente rinviato la decisione sull'ammissione della Federazione gibilterrina come membro provvisorio al successivo summit del Comitato Esecutivo del 7 e 8 dicembre 2006. In quell'occasione l'UEFA ha finalmente stabilito che Gibilterra sarebbe divenuta un membro provvisorio dell'associazione. La cosa strana è che, due giorni prima, la FIFA si era espressa negativamente sull possibilità di un ingresso del minuscolo Stato nell'organismo, sostenendo che lo stesso “non soddisfa i requisiti normativi per diventare un membro FIFA", nonostante il TAS avesse già deciso il contrario. La fine di questo lungo e complesso iter arriva però solo nel 2011, quando la Camera Arbitrale Sportiva impone alla UEFA di ammettere Gibilterra come membro provvisorio (dopo la votazione respinta dai 48 voti negativi e 3 positivi nel 2007): lo farà il 1º ottobre 2012. Dal 24 maggio 2013 Gibilterra è così membro della UEFA e può partecipare con la sua nazionale al Campionato Europeo e alle competizioni giovanili.

Quella che è stata per anni una corsa ad ostacoli si è così conclusa due anni fa, contro soprattutto la Spagna ("Sorride la Spagna. Sorride per una sconfitta storica (…) quella che la Nazionale di Gibilterra ha subito contro la Polonia. nell'esordio nel calcio che conta. Un 7 a 0 pesante (…)” ha scritto Giorgio Baratto su Repubblica dopo l'esordio infelice della piccola formazione), che ha sempre osteggiato il suo ingresso nel calcio che conta. Oltrettutto perché i biancorossi giocano a Faro, 80 km da casa, perché non hanno uno stadio. L'assurdità di tutto ciò, unita al fatto che la FIFA continua a non riconoscere Gibilterra e che quindi quest'ultima non partecipa alle qualificazioni dei Mondiali, lascia per un attimo lo spazio a un sorriso sincero verso questi giocatori: quasi nessuno professionista, guidati dal britannico Jeff Wood, che rappresentano una terra con meno di 30mila abitanti e che in sole 15 partite hanno ottenuto lo stesso numero di vittorie di San Marino dal 1988 (1).

Le cenerentole del calcio fanno tenerezza, divertono tutti coloro che scommettono sul loro “linciaggio” da parte delle big durante le partite di qualificazione alle Coppe, ma rappresentano un oasi di diversità nel mondo dello show-business: forse un giorno in questo gruppo ci sarà anche la Catalogna e chissà chi riderà allora.


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