L'isola che non c'è. O forse si

La sorpresa più grande della prima fase a gironi dell'Europeo francese è senza alcun dubbio l'Islanda di Lars Lagerback, fino a 10 anni fa assente dalla mappa del calcio europeo e mondiale. Ed ora la sfida all'Inghilterra.

L'isola che non c'è. O forse si
L'isola che non c'è. O forse si

Fino a quindici anni fa, se si fosse guardato alle imprese sportive dell'Islanda, ci sarebbe stato bisogno di una profonda ricerca all'interno degli annali della pallamano oppure nella glìma, nobile arte di lotta islandese, nella quale i nordici isolani affondavano le proprie radici. Disciplina da non sottovalutare affatto, soprattutto alla luce dello sviluppo socio-sportivo del paese degli ultimi anni, che sembra crescere le proprie leve seguendo i principi cardine del drengskapur, un codice d'onore basato sulla lealtà e sul rispetto, proprio, dei compagni e degli avversari. Alla base della storia e della sorpresa più grande degli Europei francesi in corso di svolgimento, sembrano esserci proprio questi principi, che si intersecano ad uno spiccato spirito di gruppo e di patriottismo, oltre che alla diligenza tattica che il tecnico Lars Lagerback ha saputo infondere ai suoi ragazzi. 

Il segreto dell'Islanda - clamorosamente seconda nel gruppo F dove Portogallo ed Austria dovevano farla da padroni - sembra essere l'umiltà, la stessa che ha caratterizzato il cammino di Sigurdsson e compagni dalle qualificazioni alla fase finale dell'Europeo in corso di svolgimento. Al netto di una scarsa maturità ed esperienza internazionale, gli islandesi sono riusciti a porre rimedio alle proprie - tantissime - lacune tecniche con la tenacia, l'organizzazione e la diligenza difensiva. Poche cose, ma fatte dannatamente bene. Una ragnatela che l'uomo dei sogni, lo svedese seduto in panchina, ha saputo tessere in maniera egregia ingabbiando prima il Portogallo di Cristiano Ronaldo, poi l'Ungheria ed infine l'Austria di Koller ed Alaba. L'Islanda vira al primo giro di boa dell'Europeo da imbattuta. Si, imbattuta: perché il secondo posto conquistato - che con un pizzico di cinismo nel match contro i magiari poteva regalare agli islandesi un primato storico - è frutto di due pareggi nelle prime due gare e di una vittoria, in zona Cesarini, ieri contro l'Austria, che oltre a mandare in visibilio il commentatore della TV isolana, ha travolto di passione la marea blu presente a Saint Denis.

Dalla consapevolezza, e soprattutto dall'accettazione dei propri limiti, nascono l'abnegazione ed il sacrificio, che sono alla base dei risultati raccolti dall'incredibile truppa venuta dal ghiaccio, abile inoltre nelle poche punte di diamante della squadra a venir fuori dalla propria trequarti palla al piede, sempre senza strafare. Tutti protagonisti in egual misura, da Bjarnason a Sightorsson, passando da Sigurdsson e Traustason, nella cui corsa sfrenata verso il 2-1 all'Austria c'è la voglia di un popolo di coronare un sogno, davanti all'evidenza del contrario. 

Dopo il basket, che lo scorso anno aveva fatto innamorare Berlino, adesso il calcio a Parigi. L'Islanda riscrive le pagine della propria storia sportiva, passando dalla pallamano alla sfida alla patria del football. Guai a sottovalutare il potere del catenaccio, indigesto all'Inghilterra già contro la Slovacchia non più tardi di qualche giorno fa. Guai soprattutto a sottovalutare il potere più forte, quello dei sogni: lo stesso di un'isola che fino a dieci anni fa non c'era ed ora sogna in grande ad occhi aperti. 


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