Pendolino bavarese

L'addio al calcio giocato di Philipp Lahm ci lascia qualcosa. Qualcosa di indescrivibile, qualcosa di tremendamente normale, che la storia di questo sport non dimenticherà facilmente.

Pendolino bavarese
Pendolino bavarese

Quando qualcosa finisce, ti lascia sempre un retrogusto amaro in bocca. Era lì, ed un attimo dopo non c'è più. E' una legge naturale, come la vita, e ci ricorda che il tempo passa e per fortuna non possiamo controllarlo. D'altronde, chiunque avrebbe il sogno proibito di fermare il tempo. Chiunque, appunto, ma non Philipp Lahm.

Philipp Lahm è uno di quei calciatori che non ha avuto bisogno di rubare il segreto del tempo. Philipp Lahm è un campione umile, pragmatico, "normale". Proprio la sua normalità ci dimostra che la vita apprezza particolarmente le cose semplici, quelle che fanno il loro corso, senza desiderare altro che la tranquillità.

Philipp Lahm è uno di quei calciatori che ti scivola addosso, ti attraversa la spina dorsale quasi senza lasciare traccia. Philipp Lahm è ancora un ragazzino, uno scolaretto con lo zaino in spalla, che si ferma in giardino a tirare calci al pallone con le scarpe di camoscio. Ma Philipp Lahm è anche uno dei pochi ad aver realizzato il sogno di poter giocare con la maglia che ama, quella per cui darebbe tutto. Dopo il ritorno dal prestito allo Stoccarda, a ventidue anni, la sua vita non è stata più la stessa e i tifosi bavaresi sono i primi ad averlo capito. Il ragazzino di Monaco ha coronato il suo sogno e, con la sua comoda fascia al braccio, si prepara a dirci addio.

Oggi, alle 15.30, si gioca un anonimo Bayern-Friburgo all'Allianz Arena. Una partita di fine stagione che non avrebbe alcun senso, se la nostra storia non venisse svuotata proprio su quel manto verde. Philipp Lahm calcherà per l'ultima volta il prato che l'ha accolto, coccolato, sul quale si è lasciato cadere più volte, quasi fosse una floreale distesa paradisiaca. Lo scolaretto di Monaco lascerà i suoi compagni, i suoi tifosi, e si sentirà un pochino più vecchio dopo tutti questi anni. In quei momenti c'è davvero poco da fare, l'unica possibilità sarebbe quella di abbandonarsi alle emozioni, lasciando che prendano il sopravvento. Ma Philipp Lahm non è davvero quel tipo di persona.

Philipp Lahm adora il calcio semplice, quello concreto e preciso. Stop, passaggio, tiro, appoggio, copertura. I suoi tifosi lo sanno, il terzino è un ruolo apparentemente facile, ma il piccolo scolaretto di un metro e settanta è stato capace di reinterpretarlo nella maniera più vicina alla perfezione. Non ha il tiro di un brasiliano, né quella tecnica nell'uno contro uno, ma il suo palmarès avrebbe da ridire. Ma a Philipp Lahm non interessa niente di tutto ciò. Nel giorno del suo addio al calcio giocato, non gli tornerà in mente di essere uno dei più illustri vincitori della storia del suo club. Non gli tornerà in mente di aver vinto un Mondiale, di aver fatto un triplete e di aver alzato una miriade di trofei. No. Lui stopperà il pallone, come se nulla fosse, dopo l'ennesimo cambio di gioco, correrà sulla fascia e calibrerà un cross, aspettando che arrivi qualche suo compagno a buttarla dentro. Non avrà neanche bisogno di guardare in area, si girerà verso la curva, sa già che i suoi compagni sono lì, pronti a chiudere l'azione. E a Philipp Lahm, in fondo, va bene così, perché è uno dei pochi ad aver avuto l'umiltà di fare un passo indietro, mettendosi la mano sul petto e gridando di non essere più all'altezza. Un campione normale è anche questo. Perde sangue, tossisce, si lamenta, non è onnipotente. Un campione normale è quanto di più affascinante questo gioco possa offrirci. Ed ecco perché la maglia di Philipp Lahm non andrà mai incorniciata, ma va riposta sulla schiena di tutti i bambini che, come lui, avranno la voglia e la fame di essere campioni per un giorno. 


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