Argentina-Uruguay: storia di una rivalità

Sarà il big match del Gruppo B, ma è molto di più di una semplice partita: Argentina-Uruguay sarà el Clasico Rioplatense. Conosciamo meglio questa splendida rivalità.

Argentina-Uruguay: storia di una rivalità
Argentina-Uruguay: storia di una rivalità

Sono due stati confinanti. Entrambi fortemente contaminati dalla cultura gaucho, quella delle pampas Sudamericane. Entrambi vivono al ritmo del tango: ci hanno regalato geni come Piazzolla, Pugliese, Matos Rodriguez, addirittura si contendono ferocemente i natali del sublime Carlos Gardel. Entrambi trascorrono le pause nei caldi pomeriggi del subcontinente bevendo il mate, l'infuso che si trova solo da quelle parti. Entrambi allevano carne bovina di qualità ineguagliabile, che cucinano alla griglia, o meglio, alla parrilla. Entrambi sono fortemente irrorati da popolazione di sangue italiano. Entrambi costituiscono le civiltà più europeizzate dell'America Latina. Entrambe portano sulla propria bandiera il Sol de Mayo, simbolo delle rivoluzioni indipendentiste rioplatensi. Sono simili, incredibilmente simili, ma divisi da una storica rivalità. Sono Argentina e Uruguay.

Dopo la Revolucion de Mayo, che spezza l'ingerenza iberica sul Vicereame del Rio de la Plata, e la separaziione dell'Uruguay dall'Impero del Brasile di alcuni anni dopo, le due Nazioni sono indipendenti, e si ritrovano sul campo di battaglia nel contesto delle Guerre Civili uruguaye tra Blancos (supportati dal dittatore d'Argentina) e Colorados (a cui si uniranno le truppe di Garibaldi). La battaglia di Sant'Antonio, a Salto, del 1847 vedrà proprio l'eroe dei due mondi combattere a fianco delle sue camicie rosse. 

Nella storia del fútbol, le due Nazioni entrano in collisione fin da subito: il primo incontro risale al 16 maggio 1902, quando per la prima volta Albiceleste e Celeste si sfidano su un campo da calcio. La gara, che è anche il primo incontro tra Nazionali nella storia del calcio al di fuori delle isole britanniche, viene vinta 3-2 dall'Argentina, che sferra il primo colpo ai rivali in una storia entusiasmante che durerà per sempre. L'Uruguay è il terzo stato più piccolo del Sudamerica, alle spalle di Trinidad e Tobago e Suriname, e conta poco meno di un milione e mezzo di abitanti, una cifra che la sola provincia di Buenos Aires, con i suoi 14 milioni, spazza via pesantemente. Nonostante le piccole dimensioni, gli uruguayi hanno un fortissimo senso della patria e dell'orgoglio nazionale, e quando si presenta l'occasione per dimostrare quanto sia grande lo spirito del loro popolo, attingono profondamente dalle radici degli indios che abitavano il territorio: i charrùa. In battaglia, nonostante fossero spesso in numero minore rispetto ai nemici, scatenavano una forza interiore straordinaria, che permetteva loro di sopperire alle mancanze quantitative. Da circa un secolo, questo piccolo popolo di guerrieri ricorda al mondo la propria grandezza con lo strumento più poetico che esista: il fútbol

All'inizio degli anni Venti, quando ancora la Coppa del Mondo non esisteva, le Nazionali si sfidavano nel contesto delle Olimpiadi, e gli uruguayi erano i maestri, insieme all'Argentina. La Celeste conquista le ultime due Olimpiadi prima della nascita dei Mondiali, nel 1924, sbaragliando la Svizzera  a Parigi, e nel 1928, ad Amsterdam, proprio contro l'Argentina. I due ori olimpici verranno sempre esibiti con orgoglio dai charrùa, che tuttora vantano il titolo di Campioni del mondo per quattro volte, due Olimpiadi e due Mondiali.

La rivalità con i cugini rioplatensi si accentua proprio con il Mondiale di Uruguay 1930, il primo nella storia del calcio, che vedrà lo scontro in finale delle due potenze. Al Centenario di Montevideo l'atmosfera è rovente: 100.000 persone febbricitanti, in attesa di incontro tra i maestri del fútbol. Nei giorni precedenti al match, nella capitale uruguayana, la corsa ai biglietti era a dir poco furibonda, con uomini che, una volta entrati nella calca antestante i botteghini, uscivano senza scarpe, con abiti a brandelli e sguardo allucinato. Uruguay e Argentina erano i veri poeti del calcio, anche se nella manifestazione mancavano quasi tutte le grandi del Vecchio Continente. L'Albiceleste era la selezione più talentuosa: Guillermo Stabile, attaccante dell'Huracan con 102 gol segnate in 119 partite, era il centravanti degli Argentini, affiancato da Peucelle ed Evaristo. La Celeste, come dimostrerà in più occasioni della propria storia, era certamente una squadra di maestri, ma otteneva i successi grazie a una grande organizzazione sul campo, che ruotava intorno al capitano Nasazzi: suo era il compito di bloccare gli attaccanti che convegevano per vie centrali. A centrocampo, la Maravilla Negra: Josè Andrade, interno poetico ed estremamente moderno, cresciuto rincorrendo le galline, ora uomo di maggior talento della squadra che si gioca il Mondiale. Infine l'attacante: Hector Scarone, che nel '31 vestirà la maglia dell'Ambrosiana Inter. L'avvio di gara sorride al'Uruguay, che trova il vantaggio al 12' con un gol di Dorado, che infila il portiere Botasso. L'Argentina però non ci sta, e restituisce il colpo con un uno-due micidiale firmato Peucelle-Stabile. Nella seconda metà di gioco, però, la Maravilla Negra gioca un fútbol sorprendente e conduce i suoi verso la rimonta: Cea e Iriarte riportano in vantaggio la Celeste, e, a un minuto dal termine, el Manco Castro, attaccante del Nacional che perse la mano destra lavorando da falegname, chiude definitivamente il match. 4-2 e Uruguay campione del Mondo.

Negli anni, dopo la vittoria del Maracanazo nel '50, il più grosso colpo mai inferto al futebol brasileiro, il prestigio internazionale dell'Uruguay andrà man mano perdendosi, in concomitanza con l'ascesa del fútbol argentino, che salirà sul tetto del mondo nel '78 e nell'86.

La sfida di Copa America di questa notte ha un precendente recente che ancora brucia agli Argentini: l'eliminazione ai quarti di finale nella Copa America 2011, disputata proprio in terra porteña. Dopo i goal di Perez e Higuain, l'Albiceleste non riesce a sbloccare la situazione di equilibrio, dopo i 120' minuti di gioco, perde ai rigori per l'errore di Carlos Tevez. E' la riscoperta dell'antico orgoglio charrùa in grado di sovvertire ogni pronostico. Oggi l'Argentina è la super-favorita per la conquista del titolo, ma deve prima affontare l'Uruguay, in testa al girone con 3 punti: queste due Nazioni, simili come poche al mondo, e altrettanto rivali, continueranno a scrivere questa saga all'infito, aggiungendo un nuovo capitolo, che si preannuncia imperdibile.