Cile, è qui la festa. Quanti rimpianti per l'Albiceleste

La Roja di Jorge Sampaoli entra ufficialmente tra le grandi nazionali del Sudamerica, mentre l'Argentina di Messi e compagni vede sfuggire per l'ennesima volta un trofeo che sembrava a un passo dal prendere la direzione di Buenos Aires.

Cile, è qui la festa. Quanti rimpianti per l'Albiceleste
Cile, è qui la festa. Quanti rimpianti per l'Albiceleste

Sta diventando un dèja vu particolarmente frustrante quello che vede da anni coinvolta la nazionale argentina di calcio, sempre competitiva ad alti livelli ma incapace di fare l'ultimo passo verso la vittoria di una grande manifestazione. Dopo il flop della Copa America 2011, eliminata ai rigori dal Paraguay, e la finale dei Mondiali dello scorso anno persa ai tempi supplementari per un gol di Mario Gotze quando tutto sembrava apparecchiato per i penalties decisivi, ecco la dolorosissima sconfitta di ieri nell'ultimo atto della competizione del continente sudamericano contro i padroni di casa del Cile, ancora una volta per dei rigori rivelatisi fatali.

La Roja ha giocato la gara che ci si attendeva, con fiammate improvvise e verticalizzazioni immediate per Alexis Sanchez (imprendibile per i difensori avversari) ed Edu Vargas, più punto di riferimento offensivo rispetto al suo partner d'attacco. La difesa a tre del c.t. Jorge Sampaoli (nemo propheta in patria, è il caso di dirlo), imperniata sul guerriero Gary Medel, è riuscita per larghi tratti della gara a rimanere alta, consentendo a Isla e Beausejour di avanzare verso l'aria avversaria, costringendo di contro Rojo e Zabaleta ad allargarsi per contenerne le discese. El Tata Martino ha pagato dazio all'ennesimo infortunio muscolare di Angel Di Maria, uomo determinante negli schemi tattici della Selecciòn e sostituito al trentesimo del primo tempo da un generosissimo Pocho Lavezzi, in ombra per tutta la gara fino al minuto 92 quando ha servito a Gonzalo Higuain la palla della vittoria, finita poi sull'esterno della rete.

Sampaoli ha attuato una strategia di rotazione (non tanto delle marcature) sui falli da spendere contro Leo Messi, braccato e colpito a turno da difensori e centrocampisti cileni con tempismo periodico. La finale è risultata dunque povera di emozioni e di occasioni da gol, con l'aspetto emotivro e agonistico a prevalere su quello tecnico. Ma se per la Roja un simile atteggiamento era giustificato dallo squilibrio dei valori in campo, rimane inspiegabile il torpore dell'Argentina, incapace di cambiare ritmo e di imporre le proprie superiori qualità di palleggio. Il solo Javier Pastore ha dato alla manovra dei suoi quel minimo di velocità e imprevedibilità degne di una finale di Copa, con el Kun Aguero troppo solo per essere incisivo e con lo stesso Messi per lunghi tratti fuori dal gioco, defilato e poco mobile nella ricerca di una posizione che non fosse quella sulla trequarti destra d'attacco. 

La sostituzione del Flaco con Banega alla fine dei tempi regolamentari ha avuto l'unico effetto di addormentare ancor di più una gara di per sè non esaltante, con il Cile parso più reattivo e voglioso di vincere grazie alla verve di Sanchez e agli inserimenti di un Vidal esausto ma sempre pronto a farsi trovare nei pressi dell'area avversaria. Biglia e Mascherano hanno fatto il solito lavoro sporco a centrocampo, aiutando i centrali difensivi Demichelis e Otamendi a prevenire gli inserimenti di Vidal, Valdivia e poi Mati Fernandez. Un'Albiceleste troppo lenta e macchinosa ha fatto di tutto per far dimenticare a fan e addetti ai lavori lo spettacolo offerto durante tutto il torneo, anche se l'occasione di Higuain all'ultimo secondo utile prima dei supplementari avrebbe dato a Messi e compagni il primo trionfo da ventidue anni a questa parte.

Il Cile non si è lasciato sfuggire l'occasione storica di vincere la Copa davanti alla propria gente, con la marea rossa dei 50.000 di Santiago in delirio al rigore decisivo di Sanchez. Ma già al momento del penalty del Pipita Higuain, calciato ancora una volta in curva, il tifo cileno aveva compreso quanto il trionfo fosse vicino. Il successivo errore dal dischetto di Ever Banega esaltava Claudio Bravo, capitano di una selezione che ha finalmente concluso il suo percorso di inseguimento alle big del continente, ormai certificato da un titolo che nessuno a Santiago dimenticherà.

L'Argentina chiude in modo mesto una Copa America che andava vinta alla luce del talento a disposizione. Sembra impossibile che un gruppo formato da giocatori come Mascherano, Messi, Pastore, Di Maria, Aguero, Lavezzi, Tevez, Aguero e Higuain non abbia vinto nulla in competizioni Fifa e Conmebol. Ancora una volta è mancato il guizzo decisivo, con la beffa sul gong rendere ancor più amara una sconfitta durissima da digerire. Le occasioni di vincere qualcosa di importante per questa Seleccion diminuiscono con il trascorrere degli anni, anche se, carta d'identità alla mano, le possibilità di sfatare questo tabù in salsa albiceleste non sono ancora terminate, con i Mondiali di Russia 2018 probabile ultima chiamata per un gruppo irripetibile che ha bisogno di alzare un trofeo per essere ricordato come meriterebbe.

Calcio Sudamericano