Argentina, non è l'ultimo tango

I motivi delle ultime cadute dell'Albiceleste, Messi e i dubbi sul più forte, il Tata e una Nazione in lacrime. Ma non è l'ultimo tango.

Argentina, non è l'ultimo tango
Argentina, non è l'ultimo tango.

Dalle parti di Buenos Aires l'aria non è delle migliori: perdere questa Copa América in finale, quella che sarebbe dovuta essere il simbolo del riscatto dopo il fracaso mondiale, è un duro colpo per il futbol argentino, che deve leccarsi le ferite.

Da 23 anni a questa parte, l'Argentina ha vinto nulla salvo due ori olimpici che fanno storia a sè. Trovarne il motivo è abbastanza complicato: le Selezioni degli ultimi anni sono state piene di talenti, soprattutto i gruppi di Sabella e Martino, che si sono spinti fino alla finale rispettivamente di Mondiali e Copa América. La fase è quella della massima maturità del più forte calciatore al Mondo, Lionel Messi, e di altri talenti assoluti, come Angel Di Maria, Sergio Aguero e Javier Mascherano: tutti giocatori fenomenali, intorno al loro picco di potenziale.  In più, il gruppo del Tata ha sistemato anche il reparto che fino a un anno prima era il meno valido dell'Albiceleste, ovvero la difesa, inserendo la rivelazione Otamendi, ma tutto ciò non è bastato. Nel giro di circa 365 giorni l'Argentina ha giocato e perso due finali importantissime.

A Brasile 2014 la squadra ha trovato un condottiero alternativo rispetto all'eternamente atteso Leo Messi: Angel Di Maria. El Fideo ha trascinato l'Argentina fino alla finale mondiale, con una Pulga in grado di regalare pezzi di bravura, ma comunque lontano dal ruolo che riveste al Barcellona. E' proprio  la figura di Messi il centro del dibattito su questa Albiceleste: perchè non prende in mano la Seleccion come fa con il Barça? Perchè non riesce a essere decisivo? I contesti sono diversi, la pressione di quella magica maglia a strisce bianche e azzurre è un aspetto molto ingerente, soprattutto se dall'Argentina te ne sei andato da piccolo e non hai ancora dimostrato di essere il semi-dio blaugrana anche in patria. Detto in parole semplici, Messi scende in campo per la Seleccion con il dovere di dimostrare alla sua Nazione quanto vale. Sul fatto che la Pulga sia speciale, e senza dubbio tra i migliori 3 della storia del calcio, nessun interlocutore nel pieno delle proprie facoltà potrebbe obiettare, ma il fattore ambientale incide.

Se un giorno riuscirà a condurre l'Argentina a vincere un Mondiale o un trofeo importante, non è dato saperlo, ma aspettarsi che Leo riesca ad avere l'impatto di Diego, è quanto meno improbabile. Messi non trascina gli animi, trascina i giocatori con la classe cristallina. Serve un comandante? Questa Seleccion ne ha uno valido come pochi: Javier Mascherano. Un leader, tattico di rara intelligenza e capacità, un giocatore fenomenale. La Seleccion non deve vincere per forza trascinata e sospinta moralmente dal numero dieci come a Messico '86: questa generazione di talenti albiceleste è estremamente completa e florida, e con la giusta mentalità e la grinta adeguata può ugualmente aspirare in alto. Messi è un diamante, lasciamolo brillare in un coro di undici gioielli, non pretendiamo che faccia brillare di riflesso tutti gli altri. 

Tra Brasile e Cile, diversi fattori hanno strappato il trofeo all'Argentina: due squadre organizzate in modo meccanico, un po' di sfortuna, e, dispiace dirlo e prendersela con i singoli, ma di fatto anche Gonzalo Higuain ha compiuto errori troppo influenti. Qualche cambio a vuoto del Tata, qualche sliding door. E' una maledizione che si può combattere. Dei passi avanti rispetto all'esperienza del 2014 sono stati fatti, ora è il momento di perseverare, per tornare a vincere.


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