Scandali, sconfitte e Qatar: è la fine della Favola Barça?

Per anni il Barcellona è stato, secondo la maggioranza degli appassionati, il simbolo di un certo tipo di calcio, pulito, spettacolare e vincente. Ma ora i tempi sembrano essere cambiati

Scandali, sconfitte e Qatar: è la fine della Favola Barça?
Scandali, sconfitte e Qatar: è la fine della Favola Barça?

27 aprile 2011: il tiki-taka catalano, Pepe e l'Unicef fanno esplodere Josè Mourinho, e da quel giorno i suoi celebri "Por Què?" confermeranno, se mai ce ne fosse stato bisogno, le Verità del Vangelo targato Pep Guardiola: da una parte i brutti, sporchi e cattivi seguaci dell'arrogante Special One, dediti a un calcio noioso e violento, dall'altra i belli e buoni eroi del calcio pulito, spettacolare e rispettoso dell'avversario.

I media, si sa, trovano pane per i loro denti quando possono mistificare la Realtà: più elementi per una favola ci sono, e meglio è. E così, passando dal calcio giocato a quello chiacchierato, si delinea una netta contrapposizione tra un club spendaccione e poco limpido, e un altro attento ai problemi dell'Unicef che preferisce far crescere i suoi giocatori nella celebre Masìa catalana piuttosto che sborsare cifre galattiche per ragazzi viziati e poco professionali.

Non solo: l'alfiere del Barcellonismo è un fenomeno umile, segnato da una giovinezza difficile e sempre corretto verso compagni ed avversari; i Blancos - manco a dirlo- sono trascinati da un calciatore-soldato arrogante, spocchioso e più attento alla sua bellezza che a vincere trofei davvero importanti. Messi, non a caso, vincerà 4 Palloni d'Oro consecutivi (record) andando a volte al di là dei propri -straordinari, va detto- meriti. Per finire, aggiungete l'annosa questione politica che divide la Spagna calcistica tra il club del Re  protetto dal regime franchista e quello che rappresenta l'indipendenza dal governo centrale e gli ingredienti per una Favola perfetta sono completi.

Ma, si sa, il più delle volte le Favole non rispecchiano la Realtà. Col tempo, la Masìa non ha più sfornato fenomeni e complice l'età di alcuni giocatori (Puyol, Xavi), l'abbandono di Guardiola e un calo di Messi il Barça non ha saputo più ripetere quel calcio meraviglioso che ha stregato il mondo per almeno 3 stagioni. Il gioco dei catalani è tornato a rappresentare quello che era il calcio spagnolo prima del 2008: tecnico sì, ma prevedibile, narcisista e inefficace. Non a caso il palmarès delle Furie Rosse, prima dell'exploit della banda Pep, contava solamente l'Europeo del 1964.

Il buon Rosell ha pensato di dare nuova linfa alla rosa comprando il fortissimo - ma non sempre corretto- Neymar dichiarando di averlo pagato solo 57 milioni di euro, mentre il Tata Martino sparava a zero su Mr 100 Milioni Gareth Bale. Il seguito lo conosciamo: i milioni per il brasiliano erano quasi il doppio, figuraccia storica e addio Rosell. Nel frattempo, lo scandalo sul trasferimento di alcuni giovani al settore giovanile e il blocco della Fifa per il calciomercato, prontamente revocato dopo il ricorso (Ecco, por què?); l'eliminazione in Champions da parte dell'Atletico Madrid e la sconfitta in finale di Coppa del Re contro il Real.

I tempi paiono essere cambiati: quest'anno, nonostante le simpatiche considerazioni di Blatter, il Pallone d'oro è andato a Cristiano Ronaldo e il tiki-taka sembra aver perso gran parte del proprio fascino, ricevendo dure critiche anche dal Kaiser Beckenbauer, che da Presidente onorario del Bayern non ha esitato a riprendere Guardiola sull'inefficacia di un certo tipo di gioco.

Parafrasando Josè Mourinho, il dubbio sorge spontaneo: non è che il cambio dello sponsor da Unicef a Qatar Foundation abbia indispettito qualcuno?


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