Anelka, la quenelle e Dieudonné

Guai a mettere in discussione il cosiddetto pensiero unico dominante: pena l'ordalia, la censura istantanea e la ghettizzazione morale. Come è successo per Anelka, il giocatore franco-algerino del WBA, e il suo mentore Dieudonné, il comico che con la quenelle ha messo a soqquadro le stanze del potere.

Anelka, la quenelle e Dieudonné
Anelka, la quenelle e Dieudonné

Fu Evelyn Beatrice Hall - e non Voltaire - ad affermare che «non sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo». Consegnando così all'umanità una vera e propria bomba ad orologeria, pronta a deflagrare da un momento all'altro, se non fosse che è continuamente innescata e disinnescata dalle ipocrisie delle democrazie occidentali. Provate a fare un sondaggio e a saggiare chi è disposto a sacrificare la propria vita sull'altare della libertà d'espressione altrui. C'è da scommettere che tutti (o quasi), ora rinneggando se stessi ora battendosi il petto, risponderebbero presente. Taluni più o meno convintamente, qualche altro sbertucciandosi, talaltri soltanto in favore di telecamera. 

Tuttavia la realtà, che funge quasi sempre da giudice supremo, ci lascia in eredità ben altre sentenze. Ricordandoci che non siamo altro che esseri umani fatti di carne ed ossa. Sudditi del politically correct. E guai a mettere in discussione il cosiddetto pensiero unico dominante: pena l'ordalia, la censura istantanea e la ghettizzazione morale (dove morale non è sinonimo di etica). Proprio come successo con Dieudonné M'bala M'bala, comico francese (di origini camerunensi) tra i più popolari e osannati, idolo delle banlieue parigine e ora messo sotto la lente d'ingrandimento dall'Eliseo.

Tacciato di antisemitismo, razzismo, segregazionismo ed altre amenità del genere, Dieudonné è accusato di aver ideato la quenelle, un gesto rivelatore del malcontento diffuso tra le pieghe della società francese e divenuto talmente popolare da spingere il ministro dell'Interno, Manuel Valls, ad attuare una singolare forma di censura. Il comico ha dovuto rinunciare al suo tour di spettacoli in giro per la Francia per "motivo di ordine pubblico". Dal canto suo, il sistema dei media mainnon si è fatto pregare due volte e ha immediatamente azionato la grancassa del sentimento popolare, veicolando così - per parafrasare l'espressione usata da Leo Strauss - una sorta di reductio ad Hitlerum. Che ci ha consegnato un altro Dieudonné, dipinto come si fa con i più pericolosi serial killer: sobillatore (sic!), populista (passabile) e antidemocratico (meglio l'altra opzione: nazista). 

Nei suoi spettacoli, invece, l’artista ha spesso lanciato invettive contro il sistema delle banche e la massoneria, arrivando ad analizzare l'inestricabile intreccio tra questi poteri e l’ideologia sionista. Ma a far tremare i polsi all'intero establishment francese (e non solo) è soprattutto il folto numero di seguaci su cui il comico può contare. Fans e sostenitori di qualsiasi etnia ed estrazione sociale. Dalla lower alla middle class. Soffiando sul fuoco dell'indignazione, già ampiamente alimentato dalle congiunture economiche, Dieudonné ha raccolto consensi e attestati di stima tanto nel mondo intellettuale (su tutti, Alain Soral e lo scrittore ebreo Albert Cohen) quanto in quello sportivo.

Ed è proprio nel mondo dello sport, in particolare nell'ambiente calcistico, che la quenelle ha suscitato maggior scalpore. In queste ore, difatti, si sta discutendo del caso Anelka, l'attaccante del West Bromwich Albion che, durante l'esultanza per il suo ritorno al gol nella Premier League, ha emulato il suo mentore riproponendone il marchio di fabbrica. Mano sinistra sul braccio destro, che è teso verso il basso, a voler simboleggiare un vaffanculo abbastanza spinto. 

Purtroppo per Anelka, il caso non è chiuso. Perché, nel frattempo, gli sono piovute addosso critiche provenienti da più parti. A cui sono seguite condanne a muso duro del ministro dello Sport, Valerie Fourneyron, ed elucubrazioni partorite dalle varie oraganizzazioni ebraiche. Ça va sans dire, al calciatore sono state affibbiate tutte le peggiori etichette di questo mondo. Per qualcuno è un provocatore; per qualche altro, un razzista che va punito con pene esemplari. Fortunamente, fino ad ora, nessuno ha chiesto le manette.
 

Intanto la Federazione inglese ha aperto un'inchiesta. Il giocatore rischierebbe uno stop di due mesi, oltre ad una pesante ammenda. Ma non finisce qui. I tabloid riportano che il main sponsor del WBA, la Zoopla, una società d'annunci immobiliari, ha minacciato di rescindere il contratto col club di Birmingham. La rottura, si vocifera, dipenderebbe dalla formazione che scenderà in campo contro l'Everton. Se Anelka dovesse configurare tra gli 11 titolari, allora il vaso traboccherebbe. In caso contrario, la carriera del calciatore potrebbe dirsi definitivamente conclusa, e non per un grave infortunio o per sopraggiunti limiti d'età, ma solo per un'esultanza mal digerita dalla upper class. Quella stessa upper class abituata a gargarizzarsi col politically correct, sprigionando ipocrisia da ogni poro e scambiando Beatrice Hall per Voltaire. 


Share on Facebook