Scontro tra titani

Il diavolo e l’acqua santa. Il giorno e la notte o semplicemente il bianco e il nero. Storia di una rivalità profonda, umana prima che calcistica.

Scontro tra titani
Scontro tra titani

          “Ama i tuoi nemici, perché essi tirano fuori il meglio di te”.

                                                                                                        F. Nietzsche

Non ci sono parole migliori per sintetizzare il rapporto tra due uomini in perenne antitesi. Il nemico è colui di cui abbiamo bisogno per sopravvivere. Il nemico è colui che completa l’esistenza dell’uomo, colmando il suo vuoto interiore. Da Cesare e Pompeo, passando per Joker e Batman, fino ad arrivare a Josè Mourinho e Pep Guardiola. Età latina, cartoni animati o rettangolo verde cambia poco. Il senso del messaggio traspare con gusto pungente. “Ci vogliamo un gran bene, ma non ci siamo mai amati”, direbbe qualcuno. C’è solo rispetto per colui che occupa una parte importante della nostra vita. Colui del quale sarà impossibile fare a meno. Piangere sulla tomba del proprio nemico appare assolutamente utopistico, ma è la concretizzazione del proprio destino. Un destino già segnato che garantisce eterna sopravvivenza ad ambo le parti in gioco. Nessun vincitore, nessuno sconfitto, solo terra bruciata intorno, perché nessuno può avvicinarsi ai due grandi nemici.

Da una parte un guru psicologico, prima che tecnico, del football mondiale. Dall’altra, un santone del tiki-taka, maestro di tattica e appariscente tuttologo di questo sport. Il primo fa della comunicazione, in ogni sua sfumatura, l’essenza del proprio lavoro, trasmettendo messaggi subliminali ai diretti interessati. Il secondo non ha bisogno di sotterfugi e ‘incantesimi’, ma fa parlare il pallone per se stesso. Due modi diversi di concepire il gioco, derivanti da due modi diversi di guardare la vita. Ci si innamora di Josè Mourinho non per le sue idee di gioco o per il suo ‘football bailado’; ci si innamora di Mourinho perché è il primo a scendere in campo al fianco dei suoi giocatori. Lui, che calciatore davvero non lo è mai stato, ma darebbe la vita per i suoi scudieri. In questo modo, si assicura la loro fiducia, darebbero la vita per il loro condottiero. La sua missione è molto più ardua, non poteva fermarsi a prendere a calci un pallone.

Ci si innamora di Pep Guardiola perché è Pep Guardiola. E’ il calcio. L’inventore del falso-nueve che ha piegato la scuola catalana alla semplicità di questo meraviglioso sport. Controllo, passaggio e movimento. Movimento, controllo e passaggio. Dettami psicologici, prima che tattici, ma capaci di condizionare la vita di ogni calciatore. Essenza e semplicità costituiscono il castello del “guardi olismo” dove i terzini diventano centrocampisti e dove tutta la squadra occupa al meglio ogni millimetro di campo.

Si ritrovano, per l’ennesima volta, l’uno contro l’altro, i due nemici. Ma non poteva andare diversamente. Dopo essersi dati battaglia in ogni angolo d’Europa sarà la volta della Premier che, siamo sicuri, non decreterà il vincitore; semplicemente perché un vincitore non potrà mai esserci. Condannati a trionfare, ma consapevoli di essere troppo ‘eroi’ per riuscirci. Hanno bisogno del proprio nemico, senza di lui non può esserci vittoria né sconfitta. Due personaggi affascinanti, Guardiola e Mourinho, uniti da una rivalità  sfociata da tempo oltre il terreno di gioco. Non si amano e non fanno nulla per nasconderlo, ma a loro va bene così. Sanno che il mondo del calcio è retto da un precario equilibrio tenuto in piedi dal loro astio. Sanno quando accendere i riflettori su di essi, o meglio sanno la reale posizione di ogni telecamera, perché ogni immagine, ogni istante, ogni parola, fa parte del gioco. Non è un mistero che questi due grandi allenatori abbiano spaccato a metà il concetto di calcio. Mourinho e i grandi ‘generali’ (Simeone, Bielsa…) contro Guardiola e i suoi esteti. C’è anche chi si schiera in mezzo a questa linea Maginot, preferendo una gestione dello spogliatoio e del gruppo molto più silenziosa. Ma il ‘rumore dei nemici’ è qualcosa di irresistibile.

Dai tempi del ‘Clasico’ fino al derby di Manchester, in scena domani a ora di pranzo. Sarà una sfida titanica, che probabilmente ogni amante di questo sport auspica di vedere almeno una volta nella sua vita. Sarà una sfida tra due filosofie di pensiero che hanno rivoluzionato il calcio del ventunesimo secolo, piegando (per una volta) il business al pallone che rotola. Ma la ‘piccola’ Manchester è troppo stretta per tutti e due. Il titolo della Premier passa soprattutto per sfide come queste, in cui ogni dettaglio può fare la differenza. I due eterni rivali hanno ridato lustro ad un derby di caratura internazionale, ma che aveva perso appeal negli ultimi anni (complici le disgrazie sponda United).

Al fianco del colonnello Mourinho ci sarà un’altra superstar. Quel Zlatan Ibrahimovic capace di costruire la sua autobiografia attorno all’odio verso un unico individuo: Pep Guardiola. Ora si capisce perché il derby di Manchester appare un duello all’ultimo sangue tra guerrieri appesi ad un filo. Uno scontro epocale tra chi è abituato a guardarsi alle spalle ventiquattrore su ventiquattro. Uno scontro tra chi sa che un trono per due non potrà mai esistere.

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