Esclusiva, Marco Bucciantini a Vavel: "La Juventus è un marchio indelebile. Milan? Sfida magnifica e totale"

Marco Bucciantini si è raccontato ai nostri microfoni. Tanti argomenti toccati, tra i quali anche la nuova era interista targata Spalletti-Sabatini.

Esclusiva, Marco Bucciantini a Vavel: "La Juventus è un marchio indelebile. Milan? Sfida magnifica e totale"
Inter News

Una meravigliosa intervista a Marco Bucciantini, noto personaggio del mondo giornalistico, dalla meravigliosa e attraente parlantina. Si è gentilmente esposto ai nostri microfoni, e di seguito vi proponiamo le sue parole.

Benvenuto Marco. Dicci un po' chi se e di cosa ti occupi.

"Sono nato in un paese piccolo, di collina, senza semafori e adesso ormai senza scuole e ospedale. Vedevo il mare in fondo allo sguardo."

Che ricordi hai della tua infanzia? Cosa ti ha spinto a diventare un noto giornalista?

"In casa c’erano molti libri e sempre almeno un giornale. La lettura delle cronache sportive mi appassionava: impastata con il tifo è stata una passione crescente e alla fine un sogno confuso, come tante cose adolescenziali: volevo – da grande – raccontare le partite della mia squadra, che era la Fiorentina. Poi, tanti anni dopo, nelle redazioni è cresciuta la voglia di essere professionista, conoscere tutte le possibilità e gli aspetti del mestiere. Non credevo di diventare direttore di un giornale politico. È accaduto, ma il lavoro fatto (tanto) mi aveva preparato a tutto."

Torniamo al campo, in particolare alla nostra Serie A. Conte, nel suo primo anno di allenatore della Juventus, disse che una casa va costruita mattone per mattone, partendo dalle fondamenta e arrivando alle classiche decorazioni. Con il passare del tempo questa famosa “casa” sta diventando una villa o un castello di lusso contenente pezzi pregiati e di valore. Cosa pensi del progetto bianconero? Credi che è destinato a durare ancora a lungo?

"La Juventus non è un progetto: è un marchio. Indelebile, eterno, forte del calcio mondiale. Le disgrazie del decennio scorso hanno costretto la dirigenza a ripensare il modo di fare calcio, forse questo azzeramento ha permesso una pianificazione profonda e senza retaggi. Ma è stato l’unico momento di obbligatoria discontinuità. Così la Juventus è tornata, più forte e moderna di prima.Con un vantaggio strutturale sulla concorrenza, con una robustezza manageriale e un affiatamento che conservano il vantaggio sugli altri, con una continua evoluzione tecnica-tattica della squadra, con una sana e antica politica di cambiare 1-2 titolari l’anno, per non aver mai bisogno di rivoluzionare ma essere sempre diversi. La Juventus non ha il problema di durare. C’è. Ed è nel vertice europeo, senza complessi, senza sudditanze. La Juventus ha il solo, lussuoso problema di vincere, ma è il tormento della sua grandezza."

Uno sguardo anche ai cugini del Torino. La squadra, qualitativamente parlando, è molto ben strutturato sotto l’aspetto della qualità. Purtroppo, però, l’annata passata è stata ricca di incidenti di percorso che hanno smorzato i sogni di centrare l’Europa. Cosa manca a questa squadra per puntare a simili traguardi?

"Il Torino lo scorso anno aveva problemi di equilibrio tattico. Per essere forte, doveva sbilanciarsi, avendo i giocatori decisivi e migliori tutti in attacco, e avendo esterni offensivi dal raggio di corsa corto (sui 30 metri) funzionava solo quando riusciva a prendere bene il campo. Soffriva troppo la lunghezza, una squadra così tende a perdere le distanze (ed è successo spesso in autunno quando è mancato Belotti, capace di lottare per radunare intorno a sé la partita). Gli avversari riuscivano così ad occupare il campo, e con pochi interditori puri, il Torino ha finito per subire troppi gol. Se la campagna acquisti rimedierà a questa lacuna fisica e tattica (con esterni dalla falcata più lunga – e Berenguer può esserlo, con un centrocampista più muscolare), il Torino potrà avvicinare i 60 punti. Un post scriptum: mi dispiacerebbe l’addio di Belotti. I sentimenti bruciati in fretta non lasciano nemmeno i ricordi."

Spostiamoci a Genova, sponda Sampdoria. Il lavoro di Romei ha portato a tanti risultati, con la scoperta e la valorizzazione di giovani interessanti come Linetty, Torreira e Schick. Pensi che assisteremo ad altri colpi del genere? Questa piazza può fungere come trampolino da lancio?

"Romei e Giampaolo hanno dato qualcosa alla serie A: giovani di talento e intelligenza, e aggiungo Muriel, restituito al suo destino di calciatore importante. È una società che crede nel talento, un allenatore bravissimo a migliorare i giocatori, ma la Sampdoria deve tentare di trattenere qualcosa, trovando un punto di tenuta: qualcosa va venduto (e reinvestito), e qualcosa deve restare. Questa fuga di chiunque avesse un po’ di mercato l’ho trovata frettolosa, un po’ irriguardosa verso tecnico e tifosi."

E il Genoa? Discorso opposto. Ci sono altri problemi, più che altro legati alla gestione Preziosi. I tempi d’oro con i vari Sculli, Milito e Palacio sono lontani, e i tifosi non riescono a godersi i propri beniamini perché vengono prontamente ceduti non appena il loro valore si alza. Come si può contrastare questo fenomeno? Cosa ti senti di dire al caloroso pubblico genoano?

"Che sta concludendosi un’era: importante, contraddittoria, equivoca. Che le transizioni sono lunghe e pericolose, che Preziosi era comunque un punto di riferimento, appassionato. Che ormai chi entra nel calcio lo fa da angolazioni finanziarie e non sentimentali, con distanze umane che spaventano. Che era però – e lo dico senza vergogna – era tempo di cambiare, di superare una gestione diventata ormai “recintata”, con pochi margini di libertà e sviluppo, qualche residuo di scouting (Simeone), molte operazioni opache. Sono contento però che sia tornato in tempo Juric: lui può essere il riferimento emotivo dell’ambiente, sa trasmettere qualcosa."

Andiamo a Milano per analizzare il nuovo percorso del Milan targato Fassone-Mirabelli. Che idea ti sei fatto a riguardo?

"Una scommessa estrema, magnifica, una sfida totale, senza margini di errore. Affascinante e rischiosa, ma tecnicamente adesso “piena”, tatticamente interessante. Montella è bravissimo nell’assemblaggio dei giocatori tecnici: a Firenze, in due mesi costruì la squadra esteticamente più bella d’Italia. Il Milan ha riempito il campo, dopo una stagione dove era superiore mentalmente rispetto alla tattica. Adesso l’occupazione degli spazi e il dialogo fra i reparti è assicurato dai giocatori giusti: attaccanti che finalmente lavorano in ampiezza e con i compagni, centrocampisti superiori nel ritmo e nelle linee di passaggio, difensori di personalità. Non può vincere lo scudetto, ma è competitiva per tutto."

La nuova Inter versione “romana” targata Spalletti-Sabatini ti convince? Suning riuscirà a riportare in alto i colori nerazzurri?

"Spalletti – Sabatini sono i migliori acquisti interisti degli ultimi 7 anni. Talentuosi e pragmatici, riscopriranno parte dell’organico, sceglieranno con giustezza quello che manca, e vedremo una squadra lavorare bene, attaccare benissimo. L’Inter ancora non sa se alcuni acquisti onerosi di questi anni sono utili o no. Spalletti chiarirà questi valori. E con due-tre giocatori capaci di “legare” la squadra e attaccare meglio la palla, sia in possesso che in recupero, e con un campione (un campione, altrimenti meglio niente: la mia preferenza va a Keita) da avvicinare a Icardi, l’Inter può vincere, da subito."

Tralasciamo i club, e spostiamoci per analizzare la situazione dell’Italia calcistica. Stiamo tirando fuori una generazione talentuosa, probabilmente la più forte degli ultimi anni. Pensi che stiamo migliorando sotto questo punto di vista? Che cosa proponi per continuare a sfornare talenti?

"La legge che obbliga l’impiego in lista di 8 calciatori proveniente dai vivai italiani ha costretto le società a promuovere e allenare con gli adulti anche i giovani migliori. Un ragazzo che ha la possibilità di crescere e di misurarsi con la concorrenza dei giocatori più forti, sviluppa più in fretta. Chiesa è l’esempio più limpido: finisce nel gruppo viola per quella regola che dicevo sopra. Poi finisce in campo, e in sei mesi arriva in Nazionale. Sono indicazioni decisive: aiutano le squadre ad avere identità e a fare economia. Curioso che un salto di qualità così virtuoso sia stato imposto per legge. L’Atalanta, che aveva i giovani migliori fra i quali pescare, ne ha approfittato tirando fuori 72 bellissimi punti."

Ti faccio qualche esempio. In Italia prevale la legge del famoso “prestito per farsi le ossa” non appena un giovane viene promosso in prima squadra. In Germania, Francia, Spagna, Olanda e Inghilterra non succede quasi mai. Perché noi dobbiamo ragionare in tal senso? Non pensi che la crescita del singolo ragazzo deve essere gestita dallo stesso club? Potrebbe correre il rischio di bruciarsi come l’ottima retroguardia dell’Italia di Mangia dell’Europeo 2013.

"La cultura italiana è questa, non solo sportiva: le classi dirigenti si preoccupano della conservazione del potere, non del ricambio. Le relazioni sono più importanti del coraggio. Per i giovani, c’è sempre tempo, ma è un calcolo cieco: un ragazzo in panchina non cresce, ma invecchia precocemente. E in “prestito” non conosce l’asprezza della concorrenza, non assimila la mentalità, non allena i suoi muscoli e la sua testa contro i campioni. Questo ha provocato danni al Paese, mica solo al calcio. Proviamo a essere ottimisti: dopo decenni, l’ultima Under 21 aveva titolari che lo erano anche nelle loro squadre, spesso fra quelle di vertice e nei ruoli più importanti: anche questo va detto, i gol di Belotti, le partite di Bernardeschi, la nuova completezza di Insigne: è fondamentale che squadre storiche, che giocano in Europa, abbiano gli italiani titolari nei ruoli dove si vincono le partite."

L’ultima domanda è personale: ti ritengono idoneo per calarti nel mondo manageriale e di militare in una società di calcio, magari come direttore sportivo. Ti piacerebbe questo mestiere? O preferisce qualche altro settore?

"Io faccio un lavoro bellissimo e sognato. Da ragazzo (e anche adesso) solo un altro mestiere mi attrae altrettanto: fare l’allenatore, come altri 58 milioni di connazionali. Mi piacerebbe lavorare nel calcio. Mi sembra un mondo chiuso, “ereditario”. Eppure, l’arrivo ogni tanto di qualcuno che il calcio l’ha studiato e amato, prima ancora che giocato (Sarri, per esempio, fra i tecnici, o Marotta, fra i dirigenti – lo sapete che c’era anche la sua visione nello spettacolare Varese di Fascetti?) dimostrano che aprirsi, mettersi in discussione, battere strade nuove è una grande possibilità del calcio."

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