I pensieri di Mancini

La sconfitta con l'Udinese pone nuovamente l'Inter sulla graticola. Il secondo tempo di San Siro rilancia l'idea di un gruppo non pronto a grandi traguardi.

Un punto, in tre partite. La rimonta nel derby, poi la caduta di Roma, per certi versi indolore, e lo stop, pesante, contro i vecchi amici, Stramaccioni e Stankovic. La sconfitta di San Siro fa rumore, perché di fronte c'è l'Udinese, e il calendario, accomodante, impone lo scatto, la risalita. Rilascia un eco, continuo, per modalità, atteggiamento. L'Inter per un tempo indossa un abito da sera, elegante, costruito a misura "Mancini". Aggredisce, tiene alto il baricentro, crea, segna. Una volta soltanto, ma l'impressione è incoraggiante. Il piglio è da grande squadra, gli uomini non ancora. 

Il tecnico sposta Kovacic al centro, sulla trequarti, seguendo la ribellione popolare. Contro un undici per qualità inferiore a quello giallorosso, giusto osare qualcosa in più. Icardi torna killer a Milano e la serata sembra di festa. L'intervallo sconvolge però le carte in tavola. L'aggressività, se non supportata dalla giusta condizione fisica, diventa arma a doppio taglio. L'Udinese, timorosa, scopre varchi inattesi, affonda il coltello e si ritrova, quasi senza volerlo, a un passo da Handanovic. 

Rotta la prima linea del pressing, Stramaccioni vede il possibile colpo. L'Inter, nuda, si rintana. Il fiato corto si accomoda a fianco di una personalità latente. Nella testa, ancor prima che nelle gambe, risiede il problema di questa Inter. Mancini, stupito, stringe i pugni, ma nessuno sembra comprendere l'incitamento del tecnico. Bruno Fernandes impatta, Thereau raccoglie l'omaggio di Palacio. Notte fonda a Milano. La sensazione è preoccupante. Dodò e Nagatomo dimostrano carenze in fase difensiva inaccettabili, Ranocchia e Juan implodono, appena stuzzicati. 

Fondamentale il ritorno di Vidic, per esperienza, carisma. Serve un leader, un riferimento, a cui ancorare il reparto. Fondamentale, come la presenza di Hernanes in mediana. Nei momenti difficili, serve qualità. Il brasiliano, più di Medel, più di Kuzmanovic, più dell'altalentante Guarin, è abituato a responsabilità e pressione. 

Poi c'è Kovacic. Talento puro, non ancora affermato, con forza. In una squadra titubante, anche il croato annaspa. Se l'Inter gira, Kovacic è una delizia. Il passo decisivo è prendere in mano l'undici quando il vento soffia in direzione opposta. 

Ora l'ultimo turno di Europa League, con qualificazione in tasca. Poi la Serie A, senza fare calcoli. La classifica impone un filotto, non numeri. Vincere, senza guardare, al momento, posizione e avversari. 


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