Champions League, Juventus: Pirlo l'artista, Pogba il predestinato, un leone rinato e un rigore beffardo

Tutto in una notte, tutto in novanta minuti, o meglio in cinque. La Juve rimonta l'Olympiakos e tiene aperta la porta della qualificazione. A spegnere parzialmente l'entusiasmo il rigore fallito in chiusura da Vidal.

Dal silenzio al boato, pochi minuti sull'orlo del baratro, prima della redenzione sportiva. Fernando Llorente, da poco entrato, svetta alto e fortunoso raccoglie a mani basse l'aiuto della buona sorte, con il pallone che incoccia su Roberto e termina in rete. É il 2-2 bianconero, è il momento in cui lo Stadium avvolge l'undici di Allegri – pugni chiusi e volto tirato – è il momento in cui la partita cambia volto. Lo spartito si tinge di italianità, ed è uno dei più giovani in campo, uno dei giocatori di maggior classe, Paul Pogba, a firmare il 3-2. La reattività con cui Pogba scatena la sua furia in porta, calciando di prima intenzione da poco dentro l'area, racconta di un giocatore nato per fare grandi cose.

C'è tutto nella serata europea della Juventus. La forza di imporre il proprio gioco, come già nel secondo tempo in Grecia, la sofferenza di veder sfumare ogni occasione, la paura di essere già fuori, come lo scorso anno, dopo le ennesime amnesie da palla inattiva, la capacità di ribaltare la storia e scrivere un miracolo. “Un miracolo sportivo” appunto, così Buffon, non impeccabile in occasione del primo gol greco, racconta la vittoria.

Ci sono le emozioni e si sono gli uomini. Si parte dai singoli, in una serata in cui la manovra regala molto, ma stenta a finire. Si parte da Pirlo, criticato e ora di nuovo sul piedistallo. Tra Empoli e Champions, due prodezze balistiche, due traiettorie chirurgiche, due quadri da esporre nel Louvre bianconero. Dal suo piede fatato nasce anche il 2-2, dalle sue idee di calcio si sviluppa ogni embrione di gioco. La Signora è ai piedi del comandante, forse non continuo come un tempo, ma tremendamente bello.

Di Llorente si è detto. Non segna Fernando in questo inizio di stagione e alle sue spalle scalpita un connazionale, Morata. É giovane, fresco, con la voglia di spaccare il mondo. Il vecchio leone siede in panchina, fin quando Allegri, sull'1-2, è costretto a giocarsi il tutto per tutto. Lì entra e in 5 minuti cambia la sceneggiatura. L'esultanza, quel ripetuto “vamos”, racconta di un fastidio interiore, di una voglia di rivincita.

Paul Pogba è il campione assoluto, che talvolta si piace troppo, questo sì. Decide lui allo Stadium, quasi con naturalezza, quasi che tutto fosse scritto e dovuto. L'Europa, ammaliata e sedotta dal francese osserva, la Juve prova a resistere. L'assunzione tra i grandi procede a gonfie e vele.

La nota stonata è Arturo Vidal. Il ricordo dello scorso anno è sbiadito, perché nel mezzo si è calato il Mondiale e con il Mondiale sono giunti i problemi fisici. Il ritorno non è parso, per tempistica, azzeccato e a Vidal manca oggi la necessaria lucidità. Quel rigore, sparato sull'ottimo Roberto, nel finale, annunciato da una previa richiesta di applausi, rischia di pesare non poco sul futuro bianconero, perché l'Olympiakos, negli scontri diretti, resta avanti. A due partite dal termine la Juve è fuori dalla Champions, ma la storia è fatta per subire improvvisi mutamenti, come ieri sera, allo Stadium. Un Atletico qualificato non è detto che si presenti a Torino con il coltello tra i denti, la Juve, a Torino, ha dimostrato di poter essere magica, nelle notti di Champions. Aspettando Vidal, ma con Pirlo e Pogba.