Cronache di resistenza e cinismo

La finale di Coppa Italia regala un disegno dominante inatteso: il Milan mantiene il monopolio del pallone e crea di più, ma alla fine, come da qualche anno a questa parte, vince la Juve.

Cronache di resistenza e cinismo
La Juventus con la Coppa Italia. (fonte immagine: Gazzetta dello Sport)

Se Massimiliano Allegri oggi dovesse decidere di riguardarsi la partita di ieri sera tra la sua Juventus e il Milan, probabilmente alla fine avrebbe stampato in volto un ghigno beffardo. “Ve l’abbiamo fatta ancora, cari avversari”, potrebbe pensare. La Finale di Coppa Italia 2016 potrebbe essere la sintesi della stagione bianconera: non prende mai gol, e uno lo riesce sempre a infilare. Certo, si potrebbe obiettare che il Milan ha concluso svariate volte e ha tenuto il controllo del gioco, ma a quel punto a cosa sarebbe servito l’acquisto di un portiere di Coppa del calibro di Neto? La sostanza è sempre la stessa, soprattutto nelle gare decisive, con l’eccezione del doppio confronto col Bayern, da analizzare a parte nel computo totale della stagione sportiva.

Il tecnico livornese, in realtà, all’inizio si è decisamente preoccupato. Il primo tempo si sviluppa infatti su un piano complicato per i suoi: il Milan allarga infatti gli interni di centrocampo, fa salire i terzini, costringendo a una decisione veloce la difesa, o uscire o rimanere. In caso di uscita, si creano spazi a ridosso dell’area o all’interno; in caso di non-uscita, i terzini hanno spazio di azione per crossare sul fondo o addirittura rientrare. Questa situazione viene particolarmente enfatizzata (in peggio per la Juve) dal baricentro troppo basso del centrocampo, con Lemina ed Hernanes che mantengono la tendenza a schiacciarsi troppo verso la difesa, lasciando una voragine tra la mediana e l’attacco. Il tutto tenendo conto di un atteggiamento remissivo e superficiale da parte della squadra.

Stephan Lichtsteiner impegnato contro Bonaventura. (fonte immagine: TMW)
Stephan Lichtsteiner impegnato contro Bonaventura. (fonte immagine: TMW)

La situazione migliora parzialmente nel secondo tempo e cambia totalmente con l’alternanza sulle fasce: il carattere, unito alla maggior spinta che costringe i terzini avversari a rimanere più bloccati, permette anche ai reparti di rimanere più equilibrati, nonostante il trio interno tenda a faticare quando pressato, Pogba compreso. La svolta definitiva arriva nel supplementare con il cambio di modulo: un 4-4-2 iper-offensivo, con Morata da esterno e Cuadrado dall’altra parte, adattando Rugani a terzino. Lo spagnolo entra e segna, il colombiano piazza l’assist sul break di Lemina in mezzo al campo, e i nodi vengono al pettine, nonostante il Milan abbia provato ripetutamente a spezzarlo.

La sofferenza del primo tempo provoca anche brividi, ma in generale il comportamento difensivo della Juventus, escludendo i problemi precedentemente spiegati, è comunque più che buono: tanti palloni intercettati specialmente in recupero, in particolar modo da Chiellini, il migliore dei tre. Le difficoltà emergono in fase di impostazione, parzialmente giustificabili con l’assenza del primo regista Leonardo Bonucci. Barzagli non ha ovviamente quelle caratteristiche e Allegri non si è sentito di rischiare Rugani, il più in difficoltà dei tre sulla destra, per merito soprattutto dell’attività di Bonaventura. Quando la difesa non ci arriva, sono i guantoni del secondo di lusso Neto a mantenere in piedi i bianconeri.

Mario Lemina in azione. (fonte immagine: calcioweb.eu)
Mario Lemina in azione. (fonte immagine: calcioweb.eu)

In attacco, se andiamo a contare le grandi occasioni da gol create dai campioni d’Italia, forse non riusciamo nemmeno a utilizzare interamente le dita di una mano. Eppure la casella del punteggio recita “uno”. Un film già visto, in un’altra partita decisiva, un’altra vittoria per 1-0, contro il Napoli in campionato. Il cinismo, la capacità di sfruttare le poche chances per battere Donnarumma, fa enormemente la differenza per la Juventus di oggi e più in generale nel calcio. La maturazione stagionale passa soprattutto da questo: percentuale realizzativa minima nei primi mesi, man mano cresciuta fino a diventare altissima. Una sorta di massimo risultato con il minimo sforzo, banalizzando.

Esiste un altro punto in comune con la sfida del 13 febbraio risolta, quel giorno, da Zaza: il cambio di modulo esercitato da Allegri nel finale. Il 4-4-2 porta più pericolosità sulle fasce, con Cuadrado più libero di spingere avendo alle sue spalle Rugani, ma soprattutto dall’altra parte un Calabria preso di fatto in mezzo a due, cioè Morata, l’esterno sinistro, e Alex Sandro, il terzino sinistro. Il colombiano crossa sul secondo palo, dove lo spagnolo è tutto solo, taglia indisturbato con il terzino del Milan che rimane decisamente indietro, preso in controtempo dalla ripartenza veloce iniziata da Lemina. Esterno per esterno. Come il 31 ottobre 2015, ancora con Cuadrado stavolta ad appoggiare il gol del 2-1 nel derby su cross di un Alex Sandro subentrato a Dybala, con passaggio al 4-3-3.

Paul Pogba difende palla contro Honda. (fonte immagine: Goal.com)

Alla luce di queste considerazioni, il ghigno di Allegri assume un senso chiaro. Anche perché, per una volta, i numeri dicono tutto: 6 trofei in due anni. Due supercoppe, due scudetti, due Coppe Italia. Da quando si è seduto sulla panchina bianconera, ha vinto 6 delle 8 competizioni disputate, monopolizzando il mercato italiano, sfiorando in aggiunta l’impresa Europea l’anno scorso, rischiando di ricrearsi l’opportunità quest’anno. Ora giustamente tutti in vacanza, col mercato ad impazzare. E torna un altro motivo: Cuadrado, cross per Morata. Due che sembrano destinati a volare lontano da Torino nelle prossime settimane. Dovesse essere stata la gara d’addio, hanno scelto la maniera migliore per salutare.

Alvaro Morata, ancora man of the match. (fonte immagine: CdS)
Alvaro Morata, ancora man of the match. (fonte immagine: CdS)

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