Formula 1, facciamo due conti

Diritti televisivi, introiti, costi, lamentele dei piccoli team, false soluzioni. Proviamo a fare chiarezza.

Formula 1, facciamo due conti
Formula 1, facciamo due conti

Lo spunto per questo articolo me lo ha dato l’ultima richiesta posta in essere dalla Sauber che, attraverso il suo CEO e Team Principal Monisha Kaltenborn, ha proposto una sorta di sistema di franchigie sul modello utilizzato negli sport americani con l’intento di proteggere a lungo termine le piccole squadre, che non godono dell’appoggio diretto di un costruttore. Se l’idea “viene venduta” dalla scuderia elvetica come un modo per aumentare il valore di tutti i team, quindi della Formula 1, in realtà è “solo” una questione puramente aziendale. Infatti, la non notizia, sta nel fatto che la massima competizione automobilistica costa e i piccoli team, che spendono molto di meno dei big, per le regole sulla spartizione dei soldi molto spesso non riescono a coprire i costi e quindi vanno in passivo. Nel momento in cui non hai un costruttore forte dietro o comunque un flusso di cassa atto a rimpinguare i debiti purtroppo ogni anno hai problemi a “sbarcare il lunario”.

Ma perché ogni tanto, da anni ormai, escono richieste di questo tipo da team piccoli? La realtà è che oggettivamente, numeri alla mano, c’è una differenza enorme tra gli introiti ricevuti dai primi in classifica (che però prima dell’incasso riescono a spendere di più) e gli ultimi. Provo a dare qualche dato, tenendo in considerazione che numeri precisi non si hanno, specialmente su quelli spesi dai team; quest’ultimi infatti tendono a non sviscerare troppo i costi sostenuti e neanche troppo gli introiti per questioni “competitive”, ovvero non vogliono far sapere ai diretti avversari precisamente quanto sono in grado di spendere.

Cominciamo con lo spiegare il giochino dei quattrini della Formula 1 per poi andare un po' più nel dettaglio. Avete presente le immagini che vediamo quando accendiamo la televisione per vedere una gara di Formula 1? Ecco quelle riprese sono eseguite da una regia, così come avviene nei programmi televisivi, che fa capo ai detentori dei diritti commerciali, detta CVC Capital Partners. Questi signori, che hanno portato il nome di Bernie Ecclestone fino all’anno scorso, vendono quelle immagini alle varie televisioni in tutto il mondo come Sky, Rai, Antena3 e via dicendo. A questi soldi vanno aggiunti quelli versati dalle società che gestiscono i circuiti, gli sponsor, le iscrizioni e via dicendo.

Alcune importanti testate straniere (BBC, Forbes, Associated Press), nel corso degli ultimi anni, hanno provato a quantificare i guadagni in una singola stagione di una squadra di Formula 1. Nel 2014 il Circus ha guadagnato circa 1,4 miliardi di euro. I titolari dei diritti commerciali CVC Capital Partners distribuiscono il 68,7% dei ricavi totali ai team: quindi 962 milioni di euro. Questa enorme fetta di denaro, viene divisa a sua volta in due parti: metà viene spartita equamente dai primi 10 team della classifica costruttori (481 milioni, quindi 48,1 milioni di euro a scuderia). L’altra metà viene divisa in percentuale in base alla posizione nella classifica: 19% al primo team, 16 al secondo, poi 13, 11, 10, 9, 7, 6, 5 e 4 al decimo. Eventualmente, dall’11° team in poi vengono dati 30 milioni di euro come forfait di partecipazione. A questo c’è da aggiungere il bonus “storico” chiamato Constructors’ championship bonus (CCB). Nel 2014 si è avvicinato ai 300 milioni di euro così suddivisi: 234 spartiti tra Ferrari, Red Bull e McLaren (78 ognuno) e 23,5 a testa a Williams e Mercedes. Ma non è finita qui perché la CVC, ogni anno, prende il 2,5% dei suoi guadagni (circa 35 milioni nel 2014) e li spedisce alla Ferrari, in quanto team storico da sempre presente in Formula 1, ma soprattutto perché ha molti seguaci che “accendono la televisione”.

In pratica la casa di Maranello, in un anno in cui è arrivata quarta in classifica costruttori, si è portata a casa circa 250 milioni di euro, solo dagli introiti dovuti dalla classifica (senza considerare le entrate degli sponsor). La Mercedes, vincitrice del mondiale, solo da questo tipo di introiti arriva a circa 180 milioni di euro. Per darvi un paragone, premesso che quell’anno ci furono solo 9 scuderie partecipanti, sapete quanto sarebbe spettato alla decima in classifica? Qualcosa che oscilla tra i 50 ed i 60 milioni di euro mentre alla 11esima un bonus di 30 milioni di euro circa. Vorrei sottolineare come queste cifre siano da prendere un po' con le pinze per quanto detto sopra e che sono numeri che non considerano le entrate degli sponsor.

A questo punto però sorge spontanea la domanda. Ma quanto spende, all’incirca, una squadra di Formula 1? Allora considerate che per il 2014 pare che la vincitrice del mondiale avesse speso circa 400 milioni di euro (a mio parere molti di più ma prendiamolo come dato di riferimento), in gran parte per via dello sviluppo delle power unit, visto che l’era che sta attraversando la Formula 1 è quella in cui la differenza prestazionale fornita dal motore è importante per avere vantaggio degli avversari. Questo vuol dire anche che, ovviamente, i costruttori che hanno sviluppato i motori per loro e per i team clienti, hanno avuto dei costi necessariamente maggiori. Sauber, per esempio, che ancora oggi è cliente della Ferrari per quanto riguarda l’unità motrice, non avrebbe mai potuto sviluppare il motore né per costi né per know how. Ma un problema simile lo ha avuto anche Red Bull, la quale è cliente Renault per la power unit. E’ quindi evidente che i team piccoli possono sviluppare “solo” la parte aerodinamica e telaistica (che delle volte possono anche venire da fornitori esterni); ma per esempio la galleria del vento, che anche una squadra economicamente in difficoltà come la Sauber possiede, costa nell’utilizzo, nella manutenzione e nelle competenze umane necessarie per elaborare i dati.

Perché a parte i costi di sviluppo, poi, c’è da mantenere la squadra. Considerate, per esempio, che nel 2013 la Lotus, che montava motori Renault e non era certo al livello delle prestazioni dei primissimi, pur avendo disputato delle ottime gare con degli ottimi piazzamenti, poteva essere considerato un team medio; solo di personale contava 550 persone che a spanne costavano circa 27 milioni di euro l’anno.

Elencati questi dati, allora sorgono due spunti interessanti. Il primo riguarda i top team che, dalle cifre riportate, se non fosse per gli sponsor sarebbero in passivo ogni anno, anche quando vincono il titolo mondiale; vero ma c’è da dire che i big hanno due vantaggi, ovvero quello di avere alle spalle capitali e know how in grado di intervenire e quello di una crescita a lungo termine. Infatti un team che si ritrova al vertice della massima competizione automobilistica, può vedere “crescere” il valore del proprio brand che quindi nel lungo periodo può far “entrare soldi da un’altra finestra che non sia la Formula 1” e magari, riuscendo a trasferire alcune tecnologie da competizione sulle vetture stradali, questo può ricreare valore anche al di fuori della Formula 1. In questo caso è interessante quanto avvenuto alla Red Bull. Dopo i 4 anni di dominio, secondo alcuni calcoli, pare che il valore del suo marchio sia cresciuto di 1 miliardo di dollari.

Il secondo punto riguarda i team di bassa classifica. Tipicamente questi un minimo di sviluppo lo fanno in ambito aerodinamico e telaistico, hanno del personale e comunque le costose e tecnologiche power unit devono comprarle. Purtroppo il caso di Sauber è emblematico di come una scuderia con pochi mezzi, se indovina il progetto e riesce a stare a metà classifica (vedi Force India) è in grado di incamerare una buona dose di quattrini, pur non navigando nell’oro. Se invece, per un motivo qualsiasi, capita un anno cattivo da un punto di vista prestazionale si rischia di entrare in un circolo vizioso per cui in pochi anni la bancarotta è dietro l’angolo e se non hai o un grosso sponsor dietro, che comunque 20-30 milioni di euro all’anno deve tirare fuori per mantenerti, o una partnership tecnica di livello, purtroppo dovrai sempre cercare di elemosinare qualcosa ai big o al management della Formula 1.

Beh allora è semplice no? Facciamo in modo che i piccoli team spariscano e sostituiamoli con squadre “veramente” costruttori. Allora vi pongo uno scenario ipotetico, inventato per farvi arrivare alla mia conclusione. Anno 2018 via Sauber, Force India, Toro Rosso e Haas. Dentro Audi, Toyota, Ford e Bmw. 10 squadre, tutte con capitali economici e tecnici alle spalle. Sono grossi, possono spendere per le power unit potenzialmente come i primi, ma sono un pochino di manica corta e spendono circa 250 milioni di euro ciascuno. Ok tutto perfetto, 10 squadre su 10 piene di soldi, non ci sono più i piccoli team che rompono le palle… Peccato però che almeno uno deve arrivare ultimo… qualcuno avrà un passivo di circa 200 milioni di euro l’anno (non considerando gli sponsor e facendo fede ai numeri del 2014). Che ok, sei Audi, Toyota o chi vuoi, hai un fatturato annuo complessivo di miliardi ma non sia mai arrivi ultimo perdi mezzo miliardo in due anni, in quattro perché magari non arrivi ultimo sempre tu. Cominciano ad essere cifre importanti per la sezione sportiva dei gruppi anche grossi come quelli sopra citati.

E allora? Come se ne esce? Rassegnandoci all’idea che, come avviene da molti anni, capiterà che alcuni team storici rischieranno di sparire a favore dell’ingresso di altri, magari ci sarà qualche costruttore grosso che entrerà comunque (si fanno insistenti le voci di un ingresso Audi dal 2020) che però non si porrà da subito l’obiettivo del mondiale quindi spenderà meno di quanto possibile. Rassegnandoci all’idea che la Formula 1, intesa come massima espressione della tecnologia applicata alla macchina, costa e non è un trofeo monomarca, monomotore, monogomma o monoquellochetipare.

La Formula 1 non è per tutti, è un “onore” ma soprattutto un onere. Ci stai se hai delle prerogative tecniche economiche e quant’altro, altrimenti sei fuori. Punto.


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