Nigel Mansell - Quando il Leone diventò Re

Dal rischio di rimanere paralizzato a seguito di un incidente ai campionati sfortunati del 1986 e del 1987. Dall'esperienza in Ferrari al mondiale del 92. Storia di un uomo audace ed espressione di lucida follia.

Nigel Mansell - Quando il Leone diventò Re
Nigel Mansell - Quando il Leone diventò Re

Audace, determinato, spettacolare. Quando aggettivi del genere vengono contestualizzati nel mondo della Formula 1, l’unico pilota che viene in mente è Nigel Mansell. 31 vittorie e 32 pole position nella massima competizione automobilistica, con trascorsi in Ferrari e quel titolo mondiale conquistato esattamente 25 anni fa, al Gran Premio d’Ungheria, a bordo della Williams Renault che nel 1992 dominò in lungo e in largo, tanto che, ancor prima della matematica certezza raggiunta a Budapest, già dall’estate si aspettava solo quella che sembrava una mera formalità. E’ stato il pilota inglese più vincente della massima serie, prima dell’avvento di Lewis Hamilton, a conferma della tradizione e della floridità nel mondo del motorsport che da sempre contraddistingue la terra d’oltremanica.

IL LEONE D’INGHILTERRA

Nato l’8 agosto 1953 nei pressi di Birmingham, Nigel Ernest Mansell, vive la giovinezza ammirando l’idolo di quel tempo (e non solo), tale Jim Clark al quale si è sempre ispirato. Ma la carriera dell’inglese, in particolare all’inizio, è costellata di infortuni compensati dalla audacia e dalla follia di un uomo, ancor prima che pilota, capace di scappare dall’ospedale a seguito di un incidente gravissimo. Parliamo del 1977, anno in cui il Leone d’Inghilterra corre in Formula Ford, durante il quale, a seguito di un test finito male, Mansell rischia per pochissimo la quadriplegia, ovvero la paralisi di tutti e quattro gli arti ma, indomito fino al midollo, nello stesso anno va a vincere il campionato di categoria (ora potete capire il perché di questo soprannome).

Successivamente, Mansell e sua moglie Rosanne vendono la loro casa per finanziare l’ingresso in Formula Tre. Nel 1979 una collisione con un'altra vettura provoca un incidente dal quale l’inglese esce con alcune vertebre rotte. Poco dopo, ripieno di antidolorifici e nascondendo la portata del suo infortunio, Mansell si esibisce abbastanza bene in una prova con Lotus per diventare un test driver alla corte di Colin Chapman. Nel suo debutto di Formula Uno, al Gran Premio d’Austria del 1980, una perdita di carburante nell’abitacolo lo lascia con dolorose bruciature di primo e secondo grado sulle sue natiche. 

LA SFORTUNA

Mansell rimane in Lotus sino al 1984 e dall’anno successivo approda in Williams. A seguito di un inizio altalenante, in quella stagione, dal Gran Premio d’Europa vinto a Brands Hatch, l’inglese mette in fila un periodo di 18 mesi in cui vince 11 gare, perdendo due campionati assolutamente alla sua portata. Nel 1986 un pneumatico ad Adelaide distrugge la sua annata all'ultimo momento possibile, nel 1987 è protagonista di un grave incidente a Suzuka che coinvolge la schiena (concussione spinale) e consegna il titolo al suo compagno di squadra Nelson Piquet.

Nel 1989 approda in Ferrari, con la quale di positivo ottiene due vittorie ed altri quattro podi, mentre per le altre dieci gare di campionato non vede la bandiera a scacchi. Nel 1991 è ancora protagonista in Williams, con la quale ottiene 5 vittorie in stagione e perde il campionato per via di problemi di affidabilità del cambio, a vantaggio di un certo Ayrton Senna su Mclaren.

IL 1992

Dopo mille sfortune, peripezie e incidenti finalmente arriva l’anno di Mansell. In un anno in cui il dominio tecnico viene incarnato dalla Williams Renault FW14, l’inglese sfrutta al meglio l’occasione conquistando nove delle sedici gare in calendario. La matematica certezza giunge al Gran Premio d’Ungheria, gara in cui la metamorfosi del Leone nel nuovo Re della Formula 1 ha il suo compimento.

Ma, probabilmente, quello che rimane di quell’anno tra i tifosi e probabilmente anche nello stesso Mansell è da ricercare in quell’apoteosi che è il Gran Premio d’Inghilterra. Parliamoci chiaro, la conquista del titolo giunge solo all’Hungaroring nella metà di agosto, ma già prima dell’estate si conosce l'epilogo, e l’unico in grado di poterlo impensierire è il suo compagno di squadra, quell’italiano Riccardo Patrese che invece raccoglie la parte del fedele scudiero. Si arriva dunque a Silverstone con un pilota inglese su una vettura inglese in testa alla classifica mondiale, con il pubblico già in visibilio nei giorni precedenti allo spegnimento dei semafori. Un trionfo che inizia già dalle prove, dove il Leone non ha assolutamente rivali e lo fa capire rifilando poco meno di 2 secondi a Patrese, un distacco che spezza sul nascere qualsiasi speranza di lotta. In gara, Mansell inizia a martellare come un forsennato, giro dopo giro fino alla bandiera a scacchi, conquistando anche il giro più veloce e diventando il pilota inglese più vincente della storia, con 28 successi (altri ne arriveranno ancora), accompagnato nella telecronaca dall’inconfondibile voce del mito del giornalismo britannico Murray Walker, che va in estasi mentre racconta quello che si rivela un dominio incontrastato al seguito del quale esplode anch’egli. L’entusiasmo è traboccante da qualsiasi angolo del prato inglese di Silverstone, con gli steward che trattengono a forza il pubblico sulle tribune prima dell’invasione di pista, con Mansell che viene letteralmente sommerso dai tifosi.

Dopo i vari incidenti della prima parte della sua carriera, il 1992 è l’anno della rivincita, la stagione in cui l’indomito Leone convoglia quel suo modo di essere pilota su una vettura tecnicamente ineccepibile. Qualcuno lo incolpa di essere troppo emozionale, per via di alti e bassi dovuti a quel suo modo di porsi “contro tutto e tutti” che nell’anno della vittoria trova terreno fertile per via di un mezzo che rappresenta il vertice tecnico del momento, mentre in altre occasioni questo suo atteggiamento pare essere controproducente.

Mansell o lo si ama o lo si odia. E gli inglesi (ma non solo) lo amano, i team manager delle scuderie forse un po’ meno.