Siamo l'Italia

La vicenda dell'Olimpico di Roma ci pone - ancora una volta: l'ennesima - di fronte ad un bivio: dare la spallata definitiva al nostro sistema calcio, che poi non è altro che l'immagine riflessa del sistema Italia, oppure bendarci gli occhi e fingere che vada tutto bene.

Siamo l'Italia
Siamo l'Italia

Ogni volta che accade un fatto di cronaca attorno o dentro lo stadio, e a maggior ragione se ci scappa il morto, si innalza l'inconfondibile coro degli indignados a targhe alterne. Se ne dibatte per un'ora, al massimo per uno o due giorni, sgranando il rosario dei precedenti, attingendo da qualche dato ufficiale ed esercitandosi in tutti i parallelismi di questo mondo. E blabla, finché ce n'è. Ovviamente: a reti semi-unificate, con la notizia che, a partire dai tiggì e dalle prime pagine dei giornali, passa per gli opinion leader ed entra in punta di piedi nei bar, prima di diventare materia di dibattito. E, soprattutto, di studio: dirigenti papponi, commistione tra ultras e società di calcio, le curve in gestione a veri e propri fondi di galera, organi istituzionali assenti, la legge delle pay-tv, il dio mercato, la religione, eccetera. Va bene l'indignazione un tanto al chilo, passi pure qualche lacrima per il morto, si titilli - poco quanto basta - la pancia dell'opinione pubblica. Ma, vivaddio, ricordiamocelo: the show must go on.

Chi scrive si è sforzato di fare due considerazioni fuori dal coro dominante, su cui porre le basi per una riflessione di ampio respiro. La prima. Parecchi anni fa, ero a San Siro per una gara di cartello. Settore ospiti, fila ai tornelli d'ingresso e attesa per l'esame davanti al plotone di stewards, i quali avevano, tra gli altri, il compito di controllare zaini e zainetti alla ricerca delle bottigliette di plastica. Il caso volle che, ignaro di questa regola, ne acquistassi una, di plastica e per giunta sigillata, da un chioschetto lì vicino. Uno degli steward mi invitò a liberarmi del tappo; e alla mia richiesta di spiegazioni, mi si rispose, tranciante, che si trattava di una prassi consolidata. Non potendo perdere altro tempo, chiamò a sé un poliziotto presente nei paraggi, indicandogli la mia persona. L'agente tagliò subito corto mettendomi di fronte a due possibilità, anzi tre: bere lì, prima di entrare allo stadio, il suo contenuto, indipendentemente dalla necessità fisiologica; gettare via il tappo, così da poter portare con sé la bottiglietta; oppure buttare entrambe, sia la bottiglia che l'acqua. E' la prassi: prendere o lasciare. Non importa che in tutti gli stadi d'Italia entrino striscioni recanti scritte offensive, bombe carta, motorini, petardi e arnesi di ogni tipo. Nello stadio può entrarci di tutto, tranne che le bottigliette tappate.

La seconda riflessione, che è collegata alla prima, è la seguente. Stando al cocktail di retorica e morale che solitamente, all'indomani di particolari avvenimenti di cronaca, viene rifilato alla pubblica opinione, i teppisti e i galeotti che popolano le curve, non appena identificati e schedati, andrebbero immediatamente espulsi e tenuti lontani dagli impianti sportivi, in modo tale da tutelare l'immagine della nazione. Per il vox populi: alla politica il compito di dare delle regole; alle istituzioni, quello di farle rispettare. Ora, la domanda più scontata: perché mai i Genny 'a carogna che imperversano negli stadi, impadronendosi delle curve e tenendo sotto scacco l'intero sistema calcio, forti delle conoscenze maturate negli anni ai piani alti dei clubs, debbano essere, di punto in bianco, messi alla porta? E poi: se le stanze, e i corridoi, di quelle stesse istituzioni che, in teoria, fungerebbero da controllori sono occupate da gente che è, per così dire, tutto fuorché di specchiata onestà, trasparenza e rettitudine, qual è il principio chiave che vieterebbe a Genny, e ai tanti come lui sparsi per lo Stivale, cioè ai controllati, di accettare le indispensabili regole del vivere civile: di acquistare il biglietto, di sedersi al proprio posto numerato, di tifare nel pieno rispetto degli altri spettatori, rivali o meno che siano, e senza distruggere gli impianti sportivi? Ancora: se la tivù riporta i faccioni di piduisti presentati come statisti, cosa vieta ai capi ultrà di governare una curva a loro uso e consumo?


Del resto non si è sempre detto che il calcio e tutto il cucuzzaro che c'è dietro sono l'immagine riflessa del Paese? Bene, da noi funziona così: ci sono leggi e norme stringenti per chi compra acqua in bottiglietta, ma non ce ne sono - o se ci sono, non le si fa rispettare - per interdire definitivamente dalle cariche pubbliche un evasore, un piduista, uno con un casellario giudiziario zeppo di macchie, uno stragista, e così via. Anzi, a dir il vero, si ha tutte le carte in regola per acquistare una squadra di calcio, per ottenere un incarico pubblico di prim'ordine, per impossessarsi delle frequenze televisive. E, proprio come i tanti Genny 'a carogna, per dettare e imporre le proprie leggi. Smettiamola di prenderci in giro: siamo l'Italia.
 

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