"Gol di rapina" - intervista a Pippo Russo

Pippo Russo racconta, attraverso il suo libro, l'involuzione del panorama calcistico globale.

"Gol di rapina" - intervista a Pippo Russo
"Gol di rapina" - intervista a Pippo Russo

Una volta era considerato lo sport più bello e popolare al mondo. Oggi ha quel tocco da ex che lo contraddistingue. Parliamo del football. Ma anche dei suoi meandri. E dei tanti, troppi interessi che gli ruotano attorno. L’interrogativo da porsi è il seguente: come l’economia parallela sta divorando l’ex gioco più bello del mondo? Col suo libro “Gol di rapina. Il lato oscuro del calcio globale”, Pippo Russo, saggista e sociologo dell’Università degli Studi di Firenze, ha dato vita ad una scrupolosa inchiesta giornalistica sull'economia grigia che avvelena il gioco del calcio. Attraverso aneddoti e riferimenti precisi, sfruttando un punto di vista sociologico, e senza lasciare davvero nulla al caso. 


"Gol di rapina. Il lato oscuro del calcio globale” è un libro-inchiesta sull’economia grigia, capillare e parallela che ammorba il sistema calcio. C’è un evento in particolare che ti ha portato a indagare la natura di questo male?

L'evento da cui ha avuto origine il mio interesse per l'economia grigia del calcio globale è stato l'ingaggio di Tevez e Mascherano da parte del West Ham, avvenuto nell'ultimo giorno del calciomercato estivo del 2006. Si trattò di un trasferimento anomalo per due motivi. In primo luogo, si trattava di due calciatori che per valore e qualità erano fuori scala per un club destinato a lottare per non retrocedere; per fare un parallelo, sarebbe come se il Chievo ingaggiasse Totti e Pirlo, e per giunta nel pieno della loro carriera. In secondo luogo, c'era di particolare la formula usata per trasferire i due calciatori argentini dal Corinthians al West Ham. Essi venivano “affittati” al club londinese, e a concederli agli “Hammers” era non già il club brasiliano, ma un fondo d'investimento  con sede legale presso le Isole Vergini Britanniche. Si chiamava Media Sports Investments, e a guidarlo era un broker nato in Iran e in possesso di due passaporti (britannico e canadese) oltre che di due distinte date di nascita: 14 e 25 luglio 1971. Si chiama Kia Joorabchian, e è accertato che egli fosse molto vicino a Boris Berezovsky, oltreché a altri oligarchi ex sovietici come il proprietario del Chelsea, Roman Abramovich, e il georgiano Badri Patarkatsishvili.  Erano loro a finanziare Media Sports Investments. Questa connection finì sotto inchiesta presso la procura federale di San Paolo, che istruì un processo per riciclaggio concluso lo scorso dicembre con una richiesta d'archiviazione per insufficienza di prove avanzata dal pubblico ministero. L'episodio del trasferimento dei due argentini in Inghilterra mi fece scoprire l'esistenza di questo intreccio di poteri occulti e finanze di dubbia provenienza nel calcio. E da allora non ho mai smesso di seguire e approfondire le varie piste.

Il football degli ultimi decenni, a qualsiasi latitudine, è stato oggetto di un processo di mutazione genetica. Tra i micro e i macro-cambiamenti, qual è quello che ha dato l’accelerata decisiva?

A imprimere la svolta decisiva è stata la finanziarizzazione, e da questo punto di vista in Italia siamo stati precursori. Ricordate il periodo del Cragnottismo, quando a parlar male della Lazio si rischiava d'essere citati per danni a causa delle possibili fluttuazioni negative provocate alle quotazioni del titolo del club in Borsa? Erano i tempi in cui il calcio diventava innanzitutto un business, e sotto questo profilo l'Inghilterra ha tracciato la strada. E riguardo a questo punto bisogna essere chiari: non è, di per sé, la trasformazione del calcio in business a essere stata il male. Era una delle evoluzioni possibili, e a un certo punto si era fatta pure inevitabile. Ciò che ha determinato la mutazione genetica è stata l'assegnazione di un primato alla ragione economica rispetto a quella sportivo-agonistica. Tutte le trasformazioni del calcio di vertice a partire dagli anni Novanta sono andate nella direzione di rendere i ricchi sempre più ricchi, lasciando per di più a essi la libertà di arricchirsi accumulando debiti spaventosi. Il calcio globale è oggi uno dei pochi campi in cui viga il principio “Too big to fail”. La ragione economico-finanziaria è stata anteposta alla ragione agonistica e al rispetto delle regole. Con grave sfregio alla credibilità e alla trasparenza del gioco.

Dalle pagine del libro viene fuori un parterre di attori del tutto inedito: fondi di investimento, sceicchi, uomini d’affari, oligarchi, dirigenti, calciatori e allenatori. Tutti incistati in un meccanismo finanziario che coinvolge i più disparati interessi economico-politici.

Poco a poco si sono costituiti giganteschi cartelli attorno a pochi e potentissimi agenti di calciatori. Costoro nel corso del tempo sono stati capaci di trasformarsi in broker d'affari a 360 gradi. Parlo di Jorge Mendes, Pini Zahavi, il già citato Kia Joorabchian. La loro caratteristica è quella di cercare un dialogo col mondo della finanza che agisce sul piano globale: le grandi banche nazionali e internazionali, i fondi sovrani, gli oligarchi trasformati in magnati dalla smisurata ricchezza grazie alla dismissione di immense economie pubbliche. È questo capitalismo post-democratico, sviluppatosi al di fuori della sfera culturale e economica occidentale a partire dagli inizi dei Novanta, a avere intuito il potenziale di sviluppo del calcio come spettacolo globale. In questo contesto, gli agenti monopolisti hanno il compito di regolare il mercato dei calciatori costruendo circuiti e cricche nemmeno tanto nascoste. Fatte di club che, gira e rigira, sono sempre gli stessi e fanno affari fra loro, di allenatori che vogliono solo calciatori provenienti da quei cartelli, e di club che a causa delle crescenti difficoltà finanziarie scivolano lentamente nell'orbita degli investitori istituzionali e dei super-agenti di riferimento.

Cosa hanno in comune Jorge Mendes e i fondi di investimento come il Doyen Sports con l’Atletico Madrid e il Chelsea?

Hanno in comune il fatto di essere parte dello stesso circuito affaristico-finanziario, e di alimentare come pochi altri soggetti il circuito dell'economia grigia del calcio globale. Doyen Sports Investments (DSI) è la divisione sportiva del Doyen Group, che a sua volta è un colosso degli investimenti su scala globale. Doyen Group ha sede legale a Istanbul, braccio finanziario a Londra, divisione sportiva (la DSI, appunto) a Malta, e da un anno ha aperto una sede per il Sud America in Brasile. Guarda caso, nel paese che ospita Mondiali e Olimpiadi nel giro di un biennio. Doyen investe nei settori più disparati: real estate, hospitality di lusso, edilizia, energia, idrocarburi, materie prime quali l'uranio, e giovani calciatori. Proprio così: calciatori come uranio. Doyen possiede percentuali sui diritti economici di un esercito di calciatori. Fra questi, Radamel Falcao e Cristiano Ronaldo, entrambi calciatori controllati da Jorge Mendes. E da poco DSI ha preso a fare incetta di diritti d'immagine, assicurandosi alcune fra le superstar globali dello sport per commercializzarli come brand comunicativi. L'ha fatto con Neymar a maggio dello scorso anno, e va ricordato che proprio il pagamento dei diritti d'immagine nell'affare che ha portato il calciatore al Barcellona ha fatto scoppiare lo scandalo da cui sono venute le dimissioni del presidente blaugrana Sandro Rosell. Mendes è il referente di Doyen nel mondo del calcio, l'uomo col quale è possibile fare joint-venture perché può mettere a disposizione una vasta rete di relazioni costruita nel mondo del calcio globale, oltreché una scuderia di calciatori che per qualità e quantità non ha pari. Il Chelsea è il club che dall'inizio della gestione Abramovich ha fatto affari con tutti i superagenti che dominano il calcio globale. Zahavi addirittura intermediò l'acquisto del club da parte dell'oligarca russo. Sulla panchina dei Blues c'è adesso José Mourinho, che era già stato sulla panchina del Chelsea a partire dal 2004-05 e per approdare lì dovette cambiare agente. Mollò il brasiliano José Baidek per affidarsi proprio a Mendes. Mourinho vuole con sé soprattutto calciatori di Mendes. E dalla prossima stagione avrà l'attaccante brasiliano naturalizzato portoghese Diego Costa. Che sta concludendo la stagione all'Atletico Madrid, club pieno di calciatori targati Mendes o Doyen, e da luglio sarà al Chelsea. Il cerchio si chiude.

L’onda del malaffare legalizzato ha travolto tanto il Sudamerica quanto l’Europa, dalle realtà più macroscopiche a quelle più impercettibili. E in Italia che aria tira?

In Italia il ruolo dei fondi d'investimento si attiva per via indiretta. Ci sono club e dirigenti che dialogano frequentemente con Doyen Sport o con Joorabchian. Adriano Galliani, per esempio. Sottolineo sempre un incontro avvenuto a luglio dell'anno scorso a Taormina, presso un hotel di proprietà del presidente del Catania, Pulvirenti. Che era affiancato da Pablo Cosentino, agente argentino di calciatori diventato da poche settimane vicepresidente di un club zeppo di calciatori argentini. Ospiti di Pulvirenti e Cosentino furono il presidente della Lazio, Claudio Lotito, il presidente del Genoa, Enrico Preziosi, e il presidente di Doyen Sports Investments, il portoghese Nelio Lucas. Si parlava di affari e di calciatori da scambiare. Il risultato è che Milan e Lazio hanno preso quasi esclusivamente calciatori di Mendes, o di Joorabchian, o del Valencia mendesizzato, o scarti del Chelsea.

Da una parte, questa gigantesca rappresentazione teatrale il cui proscenio è stabilmente occupato dai capitali incontrollati (e finora incontrollabili) e dove la voce narrante fa eco ai mercati globalizzati. Dall’altra, gli spettatori paganti, ovvero il tifoso da stadio o da pay-tv. Due mondi paralleli che si alimentano a vicenda.

Una parte cruciale dell'affare è la commercializzazione del business calcistico globale sui mercati extraeuropei. Il mercato africano e soprattutto quello asiatico hanno un potenziale di sviluppo inimmaginabile, e da quelle parti la tradizione del calcio europeo è un brand da commecializzare, puro spettacolo globale. I fondi d'investimento come Doyen o le agenzie come Traffic Sports si specializzano infatti non soltanto nel controllo di calciatori tramite l'investimento in diritti economici, ma anche in diritti d'immagine o in diritti  televisivi su manifestazioni sportive o in organizzazioni di tornei amichevoli di lusso. Qui c'è un'ulteriore prospettiva di sviluppo nel ruolo dei fondi d'investimento e in generale degli attori che fanno parte dell'economia grigia. Un altro versante della colonizzazione.

Conviene ancora sperare nelle modifiche regolamentari tanto promesse ma mai attuate sia dalla Fifa che dalla Uefa in materia di trasparenza?

Bisogna fidarsi e sperare che siano efficaci. E bisogna rafforzare l'azione di contrasto al ruolo delle terze parti. Ma realisticamente bisogna constatare che fin qui le forze dell'economia grigia hanno sempre saputo trovare l'escamotage per aggirare le regole e riprendere a agire per la realizzzione dei propri interessi.

Ritieni che l’azionariato popolare possa condurre il sistema calcio ad una sorta di palingenesi?

Ogni formula che favorisca una reale partecipazione dei tifosi in termini di democrazia e di governance è certamente una buona soluzione. Ma bisogna anche dire che, da solo, l'azionariato popolare non basta. Questa formula non ha messo i club al riparo dall'agire di dirigenze corrotte, e in questo senso l'esempio più eclatante viene proprio dal club che viene indicato come il modello per eccellenza di azionariato popolare: il Barcellona. Presso il club blaugrana il vasto azionariato popolare non ha messo al riparo dal fare del Barcellona una macchina da debiti, o dall'essere sporcato da scandali come quello riguardante l'acquisto di Neymar. Questo per dire che i modelli in quanto tali non sono mai esclusivamente positivi o esclusivamente negativi, e che la differenza è data dalla loro applicazione più o meno virtuosa.







 


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