Misano e l’arte dei fischi, la storia si ripete

Archiviato il Gran Premio di Misano, che ha visto trionfare Marc Marquez dopo una folle gara. Ma i protagonisti principali sono stati, come ogni anno, i fischi, simbolo di antisportività e mancanza di rispetto per questo sport.

Misano e l’arte
dei fischi, la storia si ripete
Misano e l’arte dei fischi, la storia si ripete

Settembre, riviera romagnola: per gli amanti del motociclismo vuole dire Gran Premio di San Marino. Un appuntamento atteso dagli appassionati, che si riuniscono al Misano World Circuit Marco Simoncelli per assistere allo spettacolo del Motomondiale, che disputa qui quello che viene classificato come il weekend che chiude la stagione estiva. Siamo a metà settembre e la routine ricomincia, ma il rombo dei motori che proviene dal tracciato fa dimenticare tutto: si ha ancora la sensazione dell’estate a cui si resta un po’ aggrappati, delle lunghe notti in riviera che si concludono con lo spettacolo dell’alba sul mare. Chiusi i cancelli del circuito si torna alla vita di tutti i giorni, sapendo però di aver vissuto un’esperienza indimenticabile.

C’è tanta Italia…quella bella, vincente, che fa esultare gli appassionati e riempie il cuore di chi accorre in circuito o guarda da casa lo spettacolo tricolore. I piloti regalano tante emozioni, quest’anno già a partire dalla Moto3: Enea Bastianini è stato autore di una splendida gara, facendo così risuonare l’Inno de’ Mameli in tutto il circuito. La MotoGP non è da meno e pullula di nostri connazionali: come ogni anno sulle tribune si riuniscono gli amanti della Ducati che, con le meravigliose coreografie, sostengono i propri piloti, Andrea Iannone, Andrea Dovizioso e, quest’anno, anche uno splendido Michele Pirro. Inutile dire che il Misano World Circuit Marco Simoncelli si tinge di giallo. Qui il cuore pulsa maggiormente per l’idolo di casa, Valentino Rossi, che riceve l’amore del suo pubblico come in nessun altro circuito.

Ma non è tutto oro quel che luccica. C’è l’Italia bella, quella dei piloti vincenti, che con un podio o una grande gara riescono a far sentire l’orgoglio di appartenere al piccolo grande paese che è lo Stivale. Poi c’è l’Italia di cui molti proviamo vergogna, quella di coloro che fanno risuonare fischi e insulti in tutto l’impianto, ferendo non solo gli avversari, ma anche il proprio Paese e lo sport che dicono di amare. La rivalità è bella, una weekend di gara vissuto insieme a chi condivide la tua stessa passione è un’esperienza che ogni appassionato deve vivere almeno una volta. Ecco. Un appassionato. Perché guardare la gara con un amico, un fidanzato, un vicino di casa o un fratello che indossa un cappellino diverso dal tuo è bello, così come il confronto una volta sventolata la bandiera a scacchi. Si discute, con la consapevolezza che ognuno continuerà ad indossare quella maglietta, a mettersi sulle spalle sempre la stessa bandiera, ma sorridendo al rivale amico.

Gli autodromi di tutto il mondo sono meravigliosi quando dall’alto si vede una massa indefinita di colori. Le tribune sembrano le tavolozze del pittore che fa le sue prove, indeciso sulla sfumatura da dare ad una sua opera d’arte. L’armonia dei colori in un quadro è la stessa che si vive, o meglio, si dovrebbe vivere in circuito. A Misano, da un po’ di tempo a questa parte, l’appassionato viene travolto dall’inciviltà e dall’antisportività di coloro che questo sport sembrano non viverlo come tale. Fischi da ogni dove ed in ogni momento: quando viene inquadrato il pilota che ha la sola colpa di stare davanti ad un altro semplicemente facendo il suo dovere, giù boati di disappunto e fischi che non portano a nulla, se non ad alimentare odio e polemiche, che pian piano si stanno insidiando sempre più prepotentemente in uno sport dove ormai convivere con casacche diverse sembra diventato un’impresa.

Non è solo il pilota a ricevere fischi, lo è anche la sua tifoseria, coperta quest’anno da insulti, lanci di cibo e sputi. Non un motivo valido, se non una maglietta con un numero diverso. Lo sventolare di una bandiera ha fatto infuriare chi era della fazione opposta, acclamazioni di un altro pilota hanno sovrastato l’inno nazionale (simbolo sacro di una Nazione) che suonava per il vincitore. Una cerimonia del podio rovinata da gesti tutt’altro che sportivi, scene imbarazzanti che denotano la mancanza di rispetto verso l’avversario, a significare che qui, in questo paese, la cultura sportiva non è nemmeno un optional…non è nemmeno prevista. A scene simili abbiamo assistito una settimana fa, dove a Monza Lewis Hamilton è stato fischiato. Il vero motivo non si sa, ma è anche inutile cercarlo, perché gesti del genere non hanno motivi, né tantomeno scuse. Significativo il gesto di Sebastian Vettel, che ha provato a calmare una folla impazzita. Un signore il tedesco della Ferrari, che sa quanto i fischi possano ferire e vuole che quello che ora è anche il suo pubblico batta le mani a chi sale su quel podio perché chi sale lì se lo è meritato e ha lavorato sodo.

Ma a Misano i fischi non sono bastati. C’è stato di più, si è voluto andare oltre. Son piovuti fischi, “buu”. Gente che esultava quando un pilota è caduto rovinosamente a terra. Non ci si è preoccupati della sua condizione, pur vedendo che era rimasto per qualche secondo inginocchiato sulla ghiaia (si verrà a sapere più avanti che a causa del colpo in testa la vista si era appannata per qualche secondo). È inutile piangere i piloti, inutile rattristarsi quando avvengono le tragedie se poi si esulta per una semplice caduta. Non è questo il senso del motociclismo. Non è questo lo sport che diciamo di amare.

Non c’è distinzione di tifo quando avvengono episodi del genere, perché è inaccettabile ovunque e a partire da ogni “fazione”. Chi ieri era a Misano e si è trovato sommerso dalla solita folla antisportiva che ogni anno si riversa in autodromo si è dissociato, pur appartenendo alla stessa tifoseria. Perché gioire di cadute, fischiare un avversario e vedere che i loro supporters ricevono insulti, lanci e sputi fa soffrire chi questo sport lo ama davvero, così come ama il pilota o il team a cui dedica questo weekend. Non importa il colore della maglia, il numero che ci si è tatuati sulla pelle o appesi al collo come ciondolo. Chi ha indossato tuta e casco e ha assaggiato l’asfalto almeno una volta sa quali sono i sentimenti di un pilota ferito nel fisico e nell’animo quando cade. Chi non li ha mai indossati, ma porta rispetto si immedesima, applaudendo l’avversario, magari con in bocca il sorriso amaro del tifoso che sa che le opportunità sfumano.

La storia si ripete da tempo e anche quest’anno il Gran Premio di San Marino viene archiviato nella speranza che al prossimo appuntamento in riviera ci si goda lo spettacolo, con qualunque vincitore e con un’atmosfera più distesa e più degna di questo meraviglioso sport chiamato motociclismo.