La strana storia dello Zaire al Mondiale del '74

Il calcio è una passione che si nutre di attimi e di episodi. La gente ama il pallone e il pallone ama la gente. Tuttavia, quando la politica scavalca i confini del rettangolo verde il pericolo è dietro l'angolo.

La strana storia dello Zaire al Mondiale del '74
I  Leopards

Il calcio è lo sport di aggregazione per eccellenza. Il più delle volte esso costituisce lo specchio della cultura di un popolo. Milioni di persone si configurano in 'quei ventidue imbecilli che tirano calci ad un pallone'. Diceva qualcuno che il calcio non è questione di vita o di morte, ma molto di più. Tuttavia, quando football e politica si intersecano l'uno con l'altro, il risultato può essere devastante. Lo dimostra la celebre 'partita della morte' (nel 1942, tra ufficiali tedeschi e detenuti ucraini), lo dimostra il recente scandalo dei mondiali in Qatar, ma non solo. Questo letale connubio perdurerà, che ci piaccia o no. L'essere umano sarà sempre attratto dalla doppia ipocrisia calcio-politica che, lentamente, porterà alla distruzione il meraviglioso mondo dello sport.

Occorre dare un taglio a tutto ciò, ma basterebbe anche un semplice calcio (giacchè siamo in tema). Ma forse qualcuno ci ha già provato, facendolo in grande stile, davanti alle telecamere, sugli schermi di milioni di spettatori. Ilunga Mwepu era un calciatore come tanti, di ruolo terzino destro. Probabilmente a pochi di voi questo nome susciterà qualcosa, ma fu proprio lui a salvare la sua nazionale ai Mondiali del 1974. La sua non fu nè una punizione calciata all'incrocio dei pali, né una celebre 'foglia morta' alla Zico, ma fu molto di più. Non ci sono miracoli di portieri in questa storia, c'è solo un miracolo, sociale prima che sportivo, di questo africano capace di salvare la vita a tutti i suoi compagni. Ma andiamo con ordine.

21 ottobre 1973, lo Zaire batte 4-0 il Marocco a Lusaka e si qualifica per la fase finale del campionato del mondo in Germania l'anno successivo. Sempre nel 1974, i 'Leopards' si aggiudicheranno anche la Coppa d'Africa, battendo in finale il favoritissimo Egitto. Effettivamente, quella squadra rappresentava il meglio che il calcio africano potesse offrire in quegli anni. Nessun nome di spicco, ma tanta corsa e voglia di stupire.

L'urna di Francoforte non è clemente ed inserisce i campioni africani in un girone complicato: la 'Tartan Army' scozzese di Willie Ormond (imbattuta nelle qualificazioni), i terribili jugoslavi ( che hanno sempre il loro fascino) e il Brasile di Rivelino e Jairzinho. Non proprio una passeggiata, insomma, per i ragazzi di Blagoja Vidinic. Ma si sa, il calcio nostalgico di allora era imprevedibile ed era molto difficile reperire informazioni sulle squadre al di fuori dei confini nazionali, specie se composte da semi-sconosciuti che si allenano e giocano esclusivamente in patria. I Leopardi con la casacca verde partono carichi di aspettative, sostenute dall'allora pseudo-imperatore Mobutu Sese Soko. Un imperatore? Già, un imperatore. Cosa ci fa un imperatore in un articolo di calcio nostalgico? Ce lo chiediamo tutti, ma forse la risposta è più ovvia di quanto pensiate. Il nostro eroe (meglio conosciuto come “Mobutu il Guerriero”) aveva ripulito l'attuale Repubblica Democratica del Congo, allora Zaire, da ogni influenza coloniale creando una sorta di Stato indipendente. Riuscì, inoltre, a rinverdire l'economia locale acquistando una certa popolarità grazie al celebre incontro tra Mohamed Alì e George Foreman, organizzato proprio da queste parti.

L'influenza di un personaggio così non può certo passare inosservata e i nostri protagonisti se ne accorgeranno ben presto.

Il match d'esordio prese subito una brutta piega poiché di fronte a talenti del calibro di Dalglish e Lorimer ci fu poco da fare. I Leopards, tuttavia, rimediarono un passivo non esagerato: gli scozzesi vinsero 2-0, adottando una tattica eccessivamente prudente (rivelatasi poi suicida ai fini della qualificazione). Gli africani davano l'impressione di una squadra sprovveduta, quasi infantile e poco adatta a quel tipo di competizione. Ma è solo la prima partita! Va bene, vedremo come andrà a finire.

Non finì bene. La partita contro gli slavi non fu neanche trasmessa dalla televisione italiana (solo una misera sintesi il giorno seguente), ma ciò non salvò i campioni d'Africa dalla disfatta. Persero nove a zero! Il primo tempo finì sei a zero per i balcanici. Un risultato clamoroso. Lo Zaire aveva schierato praticamente la stessa formazione della partita precedente, ma questa volta sembrava davvero in balìa degli avversari. Non ci fu storia: Bajevic, Petkovic e Oblack fecero il bello e cattivo tempo sul rettangolo verde. I Leopards terminarono addirittura in dieci.

Il Mondiale era ormai compromesso, ma c'era la dignità di un popolo da salvare. Tuttavia, l'avversario non era dei migliori: il Brasile di Rivelino (che terminerà al quarto posto la competizione). Comincia il match, la disparità in campo è eccessiva, i verdeoro sono di un altro pianeta rispetto agli africani. Nonostante tutto però, il parziale recita 'solo' 3-0 per i carioca. 85' minuto, calcio di punizione dal limite dell'area per i sudamericani. Sul pallone si presenta lo stesso Rivelino. La barriera leoparda è molto fitta e tra le maglie verdi tarantoleggia un  numero due. Ma chi sarà mai? E' Ilunga, è Mwepu il terzino destro di cui vi parlavamo prima. L'epicentro del Mondiale 1974 è da ricercare in quei nove metri che separano la palla dal nostro protagonista. Ilunga sa che Rivelino calcerà all'incrocio, sa che il suo portiere non potrà mai arrivarci. E allora cosa fa? Inizia a correre. Corre come se fosse nella Savana, corre più veloce del vento, corre per salvare la vita dei suoi compagni. Tira un calcio al pallone sparandolo fuori dal campo. L'arbitro lo prende per matto e lo ammonisce, i brasiliani lo guardano attoniti: “Ma questi neanche le regole sanno?” sembra voler dire il volto di Jairzinho. La verità è un'altra purtroppo.

In un'intervista alla televisione inglese, anni dopo, lo stesso numero due pronuncerà queste parole.

"Pensavamo che saremmo diventati ricchi, appena tornati in Africa, ma dopo la prima sconfitta venimmo a sapere che non saremmo mai stati pagati e quando perdemmo 9-0 con la Jugoslavia gli uomini di Mobutu ci vennero a minacciare. Se avessimo perso con più di tre gol di scarto dal Brasile, ci dissero, nessuno di noi sarebbe tornato a casa"

Adesso tutto aveva un senso. Il mondo aveva aperto gli occhi e Ilunga Mwepu era diventato un vero e proprio eroe. Lui, che quella partita non doveva neanche giocarla, ha infranto il subdolo legame tra calcio e politica con una punizione tirata alle stelle. La storia del calcio africano (e non solo) deve a quest'uomo più di un semplice 'grazie'. Egli ha mostrato al mondo cose inimmaginabili. Bastava solo aprire gli occhi, bastava solo tirargli un calcio e Ilunga non ci ha pensato due volte.


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